L’articolo pubblicato su IlPiccolo di venerdì 2 aprile, conferma l’esistenza di un “buco nero”, tra il 2013 e il 2018, nelle autorizzazioni chieste da Solvay per produrre il pfas di nuova generazione cC6O4 nello stabilimento di Spinetta Marengo. L’ennesimo capitolo della tragedia di cui Solvay è protagonista: per 5 anni l’azienda ha prodotto, senza le necessarie autorizzazioni, un pfas estremamente pericoloso per la salute1
.
La notizia, considerato quello a cui ha abituato cittadine e cittadini la multinazionale belga (la sentenza della Corte di Cassazione, l’indagine in corso della Procura di Alessandria, i dati degli studi epidemiologici), non sorprende.
Al contrario stupisce l’atteggiamento delle Istituzioni.
Da un lato, il Comune – immobile nel suo silenzio rispetto all’inquinamento di Solvay – che decide addirittura di rendersi co-protagnista del tentativo dell’azienda di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica (con la donazione all’hub vaccinale). Dall’altro la Provincia che, considerate le uscite pubbliche del suo rappresentante, l’ingegner Claudio Coffano, fa altrettanto una pessima figura. Nella Conferenza di Servizi dell’ottobre 2020 concede il via libera all’aumento di produzione del cC6O4 mentre negli acquedotti di molti comuni della provincia (primo fra gli altri Montecastello) si verificavano i ritrovamenti di diversi pfas. A febbraio 2021, poichè Solvay non ha effettuato gli adempimenti per l’ampliamento della produzione, si prodiga ad annunciarne il blocco dimenticando che manca addirittura la documentazione che quella produzione dovrebbe consentirla.

Non si può che pensare che tutti i passaggi di questa vicenda siano avvenuti, se va bene per incompetenza della Provincia, più probabilmente in malafede o addirittura per collusione con Solvay.
A breve è, infatti, prevista la scadenza dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per la produzione di tutto l’impianto di Spinetta Marengo, e allora Solvay – contestualmente al rinnovo – avrà la possibilità di rimettere in discussione i polimeri in produzione e le disposizioni di Arpa.
“Ci chiediamo – dice Viola Cereda, portavoce del Comitato – se non ci sia la volontà di allungare i tempi proprio per consentire alla multinazionale di trovare altri sostituti al cC6O4, così come ha fatto 10 anni fa con il PFOA”.
Sostituti dei quali ancora una volta non ci sarebbero sufficienti informazioni rispetto alla tossicità per gli organismi viventi né adeguati limiti per la presenza degli stessi in ambiente.

Se l’ingegner Coffano non è in grado di rendere pubblica l’autorizzazione della produzione del cC6O4 e di dimostrare la volontà dell’ente di tutelare la salute delle persone, è il caso che si dimetta.

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