A poco più di una settimana dalla Conferenza dei Servizi fissata per decidere sull’ampliamento della produzione di cC6O4 di Solvay, conclusasi con l’accettazione da parte della Provincia della richiesta dell’azienda di un rinvio di 60 giorni, scopriamo un nuovo allarmante elemento: in base alle informazioni raccolte dai lavoratori dello stabilimento, da più di trent’anni Solvay produce un composto denominato ADV – a confermarlo anche le relazioni depositate dal Comune di Alessandria e da ARPA Piemonte alla Conferenza dei Servizi del 23 giugno scorso -. Di questo composto – considerato che l’azienda non ne ha mai specificato pubblicamente le proprietà – solo in tempi recenti abbiamo conosciuto la vera natura. Si tratta, infatti, di un PFAS – composti chimici di cui è stata evidenziata la pericolosità per la salute umana e per l’ambiente dalle indagini epidemiologiche condotte in New Jersey, in Veneto e nella nostra Fraschetta e per questo banditi dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti – strutturalmente estremamente simile al PFOA, la cui vera denominazione è ADV 7800, registrato nel database dell’UE con n° CAS 329238-24-6.

All’ormai nota presenza nelle acque del pozzo che riforniva il comune di Montecastello di cC6O4, che già aveva reso evidente come gli strumenti messi in campo da Solvay per evitare la fuoriuscita di “contaminanti” fossero inefficaci, si unisce dunque un nuovo inquinante nascosto per anni dall’azienda?

Anche in questi 60 giorni di proroga, Solvay sta continuando a produrre e a disperdere nell’ambiente sostanze nocive senza cercare ​soluzioni reali ai problemi emersi.
Soluzioni che, ci duole constatare, nemmeno le Istituzioni si stanno impegnando a trovare. Mentre la produzione continua, nessun piano di monitoraggio dell’acqua che arriva nelle case e nei campi della nostra comunità è stato avviato, nessun progetto di screening delle condizioni di salute della popolazione è stato proposto.

Alla luce di tutto questo torniamo a chiederci come possano le Istituzioni – che dovrebbero tutelare il diritto alla salute di cittadini e cittadine – attendere nell’immobilismo mentre il polo chimico di Spinetta Marengo continua ad avvelenare persone e territori.

Crediamo che gli abitanti della provincia e non solo abbiano il diritto di sapere se Montecastello rappresenta un caso isolato oppure no. Così come siamo convinti che lavoratori e lavoratrici del polo chimico e uomini e donne che per mesi hanno utilizzato l’acqua del pozzo di Montecastello abbiano il diritto di sapere quanto queste maledette molecole siano entrate in contatto con la loro biologia.

Provincia, Azienda Sanitaria Locale e Arpa Piemonte devono garantire la salubrità dei territori in cui viviamo, per questo chiediamo:
– la ​sospensione della produzione​ di cC6O4, ADV e di ogni altro PFAS
– la pianificazione dello ​screening medico della popolazione coinvolta dall’inquinamento (a partire dagli abitanti di Spinetta Marengo e Montecastello e dai lavoratori dello stabilimento)
– l’avvio di ​approfondite analisi per valutare la presenza di ADV, cC6O4 e di ogni altro PFAS nel suolo, nelle acque (in particolare in tutti i pozzi e nelle risorse idriche che riforniscono di acqua potabile il nostro territorio) e nell’aria.

Vogliamo la certezza di vivere in un territorio salubre!
Un secolo di morti e veleni possono bastare!

Comitato Stop Solvay 

 

Approfondimenti

Il cC6O4 e i PFAS
Il cC6O4 è il nome commerciale di una sostanza multi-componente (C6H4F9NO6) registrata da Solvay presso ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) nell’ambito del regolamento REACH (N° 1907 del 2006, Regolamento che concerne la registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche commerciate all’interno dell’UE).
Questa sostanza è un PFAS di “nuova generazione” e nasconde sotto un nome poco riconoscibile una variante commercializzabile di queste sostanze fluorurate.
Nel 2012 Solvay è stata costretta a sospendere la produzione di PFOA – perfluoroottanosolfonati -, vietati dalle normative e dalle convenzioni internazionali. I PFOA, insieme ai PFOS – acidi perfluoroottanoici -, sono le classi più diffuse dei PFAS. Questi acidi perfluoroacrilici sono studiati tra i fattori di rischio per un’ampia serie di patologie, sia croniche che tumorali (ipercolesterolemia, alterazione dei livelli di acido urico, patologie tiroidee, colite ulcerosa, tumori del testicolo e del rene).
Ad alte concentrazioni sono tossici non solo per l’uomo, ma per tutti gli organismi viventi.
I PFAS, sostanze inodore, incolore, insapore e solubili in acqua, penetrano con facilità nelle falde acquifere e, attraverso l’acqua, raggiungono i campi e i frutti dell’agricoltura che arrivano sulle nostre tavole. Non solo quelle degli spinettesi, evidentemente.
In Veneto si è riscontrata una contaminazione da due molecole della famiglia dei PFAS (PFOS e PFOA), in alcuni campioni di mais, di pesci di cattura, di fegato – in particolare di suino -, e di uova di allevamenti familiari.

Le iniziative di screening e monitoraggio avviate in Veneto
La Regione Veneto ha recepito le indicazioni del Ministero della Salute sui livelli di performance delle acque potabili da raggiungere nelle aree interessate da inquinamento da composti fluorati. Sono state messe in campo azioni che hanno permesso, tra l’altro, di:
– individuare l’area di contaminazione e la principale fonte responsabile;
– mettere in sicurezza la distribuzione dell’acqua potabile ed avviare la mappatura ed il
controllo dei pozzi privati;
– avviare un piano di monitoraggio degli alimenti;
– prendere in carico la popolazione per un monitoraggio a lungo termine delle loro
condizioni di salute, attivando lo screening di primo e secondo livello.

La popolazione individuata per lo screening sanitario è di oltre 95mila persone residenti o domiciliate nei comuni dell’area identificata come “rossa”.
Possono partecipare al biomonitoraggio anche coloro che hanno risieduto nei comuni dell’“area rossa” nei 5 anni antecedenti l’avvio del Piano di Sorveglianza.
Il piano, inizialmente proposto alla popolazione nata tra il 1951 ed il 2002, è stato poi esteso anche ai nati tra il 2003 e il 2014.
Il programma di sorveglianza è completamente gratuito e prevede:
– esami del sangue e delle urine per valutare lo stato di salute di fegato, reni, tiroide e l’eventuale presenza di alterazioni del metabolismo di grassi e zuccheri;
– il dosaggio di dodici sostanze PFAS nel siero;
– un’intervista per individuare abitudini di vita non salutari e informazioni e consigli su
come proteggere la propria salute;
– la misurazione della pressione arteriosa.

Se dai risultati dello screening di primo livello vengono avviati percorsi differenti di monitoraggio e presa in carico da parte dagli ambulatori cardiologici e/o internistici per visite mediche di approfondimento ed eventuali accertamenti, in esenzione.

 

Gli studi epidemiologi
Il 21 dicembre scorso sono stati resi pubblici i dati dello studio epidemiologico realizzato da Arpa Piemonte su una porzione di residenti nella frazione di Spinetta Marengo a ridosso del polo chimico.
Già in passato le precedenti indagini riguardanti la zona della Fraschetta a Spinetta avevano fatto emergere risultati allarmanti (pensiamo allo studio realizzato nel 1997, al progetto Linfa 2006, ai dati sulla mortalità nelle circoscrizioni del 2009).
I dati di ARPA Piemonte parlano chiaro: se vivi a Spinetta hai maggiore probabilità di essere ricoverato in ospedale in confronto a chi vive nel capoluogo.
Alcuni esempi: ricoveri per tumore al rene +76%, tumori epatici (al fegato) +63%, malformazioni dell’apparato genitale-urinario +25%. Se hai un figlio fino ai 14 anni di età è maggiore la possibilità (+86%) che lui sia affetto da malattie neurologiche.
A questi numeri, già di per sé agghiaccianti, si aggiungono quelli dell’ASL di Alessandria che indicano come a Spinetta si muoia per alcune patologie molto più che nel resto della Provincia: malattie all’apparato respiratorio +43%, ipertensione (uomini) +97%, tumore alla vescica (donne) +335%, tumore al rene (donne) +166%.
E questi sono solo alcuni dati di un elenco di malattie purtroppo molto più lungo, inequivocabilmente correlate all’esposizione prolungata del nostro territorio a una serie di inquinanti certamente tossici e in alcuni casi cancerogeni (PFOA/PFAS, cC6O4, Arsenico, Piombo, DDT, DDD, DDE, Idrocarburi pesanti, Cromo Esavalente).

 

La sentenza della Corte di Cassazione sul caso Ausimont-Solvay
Nel maggio scorso sono state pubblicate le motivazioni della sentenza della Corte di Cassazionenel caso Ausimont-Solvay noto come “caso cromo VI”.
Nelle motivazioni viene confermato che sia Ausimont sia Solvay, pur consapevoli dell’inquinamento pregresso, hanno continuato ad operare senza bonificare e – ancor più colpevolmente – senza smettere di sversare sostanze tossiche sul territorio. Pertanto, sono pienamente responsabili di un inquinamento devastante e per tale ragione, come il D.L. n. 152/2006 prevede, devono essere i soggetti che si occuperanno di risanare l’area inquinata. Solvay dichiara di aver avviato un piano di bonifica che verrà portato a termine nel 2029.
Si tratta di una falsità!
In realtà, quello concordato con le amministrazioni pubbliche è il c.d. “M.I.S.O”- acronimo di Messa In Sicurezza Operativa -, ossia un piano che prevede esclusivamente la riduzione degli inquinanti che continuano a fuoriuscire dal sito produttivo, ma solo nella misura in cui tale provvedimento non comporti riduzioni o sospensioni della produzione.

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