NO AL DECRETO SALVINI, NO AGLI SGOMBERI SENZA SOLUZIONI!

Nella mattinata di oggi, 23 gennaio, donne, uomini e bambini, come Movimento Per la Casa abbiamo occupato gli uffici del CISSACA e indetto una conferenza stampa.
Questo perché siamo venuti a conoscenza, da fonti certe, che le esperienze abitative di corso Acqui e via Brodolini, il primo stabile della Provincia e il secondo del demanio militare, occupati rispettivamente dalla primavera 2015 e autunno 2014, stanno per terminare.
Le notizie di uno sgombero imminente sono verificate ma la paura dello sgombero ha alimentato il fuoco della determinazione a farsi sentire e, dopo essere state abbandonate dalle istituzioni, dopo aver occupato due palazzi lasciati colpevolmente abbandonati, dopo averli ristrutturati, resi abitabili e vissuti per cinque anni, abbiamo deciso di farci sentire perché nessuno ha intenzione di finire in mezzo ad una strada!
A causa dell’entrata in vigore del decreto Salvini, e a causa della spinta dello stesso ministro dell’Interno che pretende sgomberi senza pietà, la situazione è precipitata anche ad Alessandria.
Nell’ultimo mese sono stati effettuati sfratti di singoli nuclei con la presenza di oltre trenta poliziotti in assetto da guerra, con brutalità e maniere forti, offrendo come unica alternativa il dormitorio notturno per donne e bambini, con conseguente separazione del nucleo famigliare.
Per questo governo la soluzione ai problemi è la violenza, utilizzata come motore di propaganda per un’idea di società e di vita che non risparmia nessuno, che schiaccia gli ultimi, i più deboli, quelli che non hanno nulla.
Basta la logica per comprendere che violenza genera sofferenza, che gli sgomberi generano sofferenza e disagio, che la soluzione non è certo buttare le gente per strada ma una via di mediazione politica tra istituzioni e famiglie in difficoltà.

Già ad Ottobre 2017 avevamo presentato alla giunta Cuttica un documento in cinque punti che offriva soluzioni realmente praticabili per risolvere l’emergenza abitativa in questa città ed oggi, oltre un anno dopo, quelle proposte sono cadute nel vuoto, la giunta Cuttica si è lavata le mani e la coscienza alla fontana di quella legge crudele, il decreto Salvini, voluta dal Governo.

Riproponiamo di seguito i cinque punti che rimangono per noi il faro attraverso cui dovrebbe muoversi una politica orientata all’umanità, alla salvaguardia dei minori e del nucleo familiare:

1 Garantire il passaggio da casa a casa per tutti
Da qui è necessario partire per una politica abitativa efficace.
Il principio è semplice.
Il diritto all’abitazione sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nell’articolo 47 della Costituzione italiana ha precedenza sul diritto alla rendita.
E’ lo stesso tribunale nell’emanazione del provvedimento di sfratto a sentenziare se trattasi di morosità colpevole o incolpevole.
Il 90% circa delle sentenze sancisce la morosità incolpevole dell’inquilino dovuta alla mancanza di un reddito sufficiente a far fronte al pagamento dell’affitto.
In tutti questi casi crediamo fortemente che lo sfratto non debba essere eseguito fintanto che le Istituzioni di concerto fra loro non abbiano saputo fornire un’alternativa che salvaguardi il diritto all’abitazione e l’integrità del nucleo famigliare.
Lo smembramento della famiglia che spesso viene proposto non garantisce la dignità e quasi sempre viene legittimamente rifiutato.
Occorre pertanto una struttura di coordinamento efficace ed efficiente fra il Comune di Alessandria, il Tribunale e la Prefettura con l’obiettivo che non vengano eseguiti sfratti con l’ausilio della forza pubblica in mancanza di una soluzione alternativa.
Ci piacerebbe che all’emissione di ogni sfratto da parte del Tribunale venisse prontamente avvisata l’amministrazione comunale così da potersi prontamente prodigare nella ricerca di una soluzione.
Al tempo stesso è necessario il coordinamento dell’amministrazione comunale con la Prefettura affinché non venga messa a disposizione la forza pubblica nei casi per cui non è ancora stata trovata un’alternativa abitativa.

2 Risolvere il problema delle occupazioni abitative
Per molti le occupazioni abitative rappresentano un problema a partire dal fatto che occupare è illegale per l’ordinamento giuridico italiano.
Per altri, davanti ad almeno quindici anni di politiche abitative disastrose, le occupazioni hanno rappresentato l’unica soluzione praticabile per poter avere un tetto sopra la propria testa.
Bisogna avere il coraggio di ammettere che le occupazioni sono state la conseguenza del malgoverno e al tempo stesso bisogna capire che la scelta di occupare non è stata per le famiglie una scelta semplice ma l’unica alternativa possibile ai dormitori e alla strada.
Chi vuole chiudere il capitolo delle occupazioni lo può fare percorrendo due strade differenti.
La prima, a cui ci opponiamo fermamente, è quella di procedere agli sgomberi senza fornire soluzioni alternative.
La seconda, che caldeggiamo fortemente, è quella della fuoriuscita dall’illegalità attraverso un percorso di concertazione.
Sono tre i tipi di occupazioni presenti attualmente in città.
Le palazzine di via Brodolini di proprietà del demanio occupate dal 18 ottobre 2014, le palazzine di corso Acqui di proprietà della Provincia occupate dal 24 maggio 2015 e decine di case popolari ATC occupate con tempistiche differenti.
Per risolvere la questione via Brodolini e corso Acqui basterebbe solo un pizzico di volontà.
Per via Brodolini sarebbe sufficiente che il Comune richiedesse al demanio il passaggio del bene come previsto dall’articolo 26 del decreto Sblocca Italia.
A quel punto potrebbe provvedere direttamente all’assegnazione degli alloggi alle famiglie che in quelle case vivono con un costo di affitto equivalente a quello delle case popolari o con un canone di affitto che non superi il 15% del reddito familiare.
La stessa identica cosa potrebbe essere fatta per le palazzine di corso Acqui o con l’assegnazione diretta fatta dalla Provincia o col passaggio del bene dalla Provincia al Comune e la conseguente assegnazione.
Per le case popolari ATC occupate occorrerebbe vagliare con serietà la possibilità di una sanatoria.
Stiamo parlando di famiglie che vivono quelle case da anni, dopo averle pazientemente e faticosamente ristrutturate e rese abitabili.
Se non si volesse seguire questa strada occorre comunque non eseguire gli sgomberi (attualmente vengono concesse lunghe proroghe di sei mesi in sei mesi) fintanto che non si è offerta una soluzione alternativa (vedi punti 4 e 5).

3 Migliorare la gestione del patrimonio delle case popolari ATC
Quando le case ATC non verranno lasciate sfitte molto banalmente finiranno anche le occupazioni. In questi anni la gestione del patrimonio ATC ha fatto acqua da tutte le parti.
Case non ristrutturate, case lasciate colpevolmente vuote, case in cui vivono i regolari assegnatari che necessitano di urgenti opere di manutenzione.
E’ così difficile censire tutto il patrimonio ATC della città e provvedere all’assegnazione dello sfitto a chi si trova nelle sempre più lunghe graduatorie?
Noi crediamo di no, serve solo la volontà politica di farlo e la consapevolezza che il patrimonio pubblico pagato coi soldi di tutti i cittadini deve essere gestito per questo in maniera impeccabile.
Questo significherebbe meno sfratti da privato, la fine delle occupazioni ed un buon contributo alla risoluzione dell’emergenza abitativa.

4 Utilizzo del patrimonio sfitto delle banche
In questi anni mentre migliaia di persone perdevano la casa le banche aumentavano a dismisura il loro patrimonio immobiliare a seguito dei pignoramenti.
Case per lo più rimaste non abitate.
Basta farsi un giro sul sito delle aste immobiliari per averne accortezza.
E’ arrivato il momento che le banche dopo essere state fra le principali responsabili della crisi economica e dopo essere state salvate con una marea di quattrini pubblici paghino il conto e si rendano disponibili a far la loro parte per risolvere il problema dell’emergenza abitativa.
Noi vorremmo che il Sindaco della città, con tutta l’autorevolezza di cui dispone, decidesse di convocare banche e fondazioni bancarie intorno ad un tavolo e gli chiedesse di mettere a disposizione dell’amministrazione quel migliaio di unità abitative che sarebbero più che sufficienti alla risoluzione del problema.
Se necessario anche con l’apertura di un vero e proprio conflitto con esse.
Case che potrebbero essere affittate con un canone equivalente a quello delle case popolari o con un canone di affitto che non superi il 15% del reddito familiare.
Il caso della città di Barcellona dimostra che è possibile farlo.
Al tempo stesso sarebbe utile che i contributi delle fondazioni bancarie venissero destinati all’emergenza abitativa. Meno convegni per addetti ai lavori e più soldi per le politiche sociali.

5 Riconversione a fini abitativi delle proprietà pubbliche
Sono molti i beni pubblici che versano in stato di abbandono e che potrebbero essere riconvertiti ad edilizia popolare. Non serve nuovo cemento ma la riconversione dell’esistente.
Pensiamo alla caserma Valfrè, alla centralissima caserma di via Verona, agli alloggi di via Piacenza, agli appartamenti nel palazzo un tempo sede della Banca d’Italia.
Tutte proprietà pubbliche attualmente in stato di abbandono.
Occorre attuare un serio programma di riconversione di concerto con gli altri enti istituzionali.

L’obiettivo è quello di uscire dalla condizione di illegalità in cui versano gli abitanti delle palazzine di via Brodolini e corso Acqui, ottenere l’assegnazione di alloggi popolari che spettano alle famiglie e che alcune di noi attendono da tanti anni.

ATC, CISSACA e assessorato alle politiche abitative e sociali insieme alla giunta al completo, sono i responsabili del’ emergenza abitativa di Alessandria.

Ci opponiamo fortemente alla guerra ai poveri e ai più deboli che questo governo giallo-verde e questa giunta stanno attuando.
Pretendiamo che i nostri diritti vengano rispettati perché il diritto alla dignità, il diritto ad avere una casa sono innegabili!

CASA PER TUTTE E TUTTi!

Movimento per la Casa