Nel pomeriggio di sabato 23 gennaio si è svolta, nella sala del Laboratorio Sociale di via Piave, la prima assemblea alessandrina verso il primo marzo, quel “Giorno senza di noi” che ormai da qualche settimana si è prepotentemente imposto all’attenzione di tutti. Quella che gli organizzatori hanno definito una delle assemblee più numerose degli ultimi tempi è di certo una delle più partecipate dalle diverse comunità migranti cittadine. Rappresentanti di associazioni e singoli migranti e antirazzisti non hanno semplicemente presenziato all’assemblea, ma si sono resi i veri protagonisti di quel percorso che li porterà alla realizzazione di questa giornata.

Quale significato deve assumere la parola sciopero? Quali devono essere le forme di protesta per quella data? Queste le domande che pongono i soggetti promotori all’assemblea e che trovano risposte straordinariamente nette e decise nei numerosi interventi che si susseguono nel corso della discussione. Concetto per tutti fondamentale è quello di generalizzazione dello sciopero. Non solo una giornata di sciopero lavorativo nella sua forma classica e istituzionalizzata, ma una giornata di totale astensione da ogni attività produttiva e di consumo, così da palesare il significato profondo di una completa assenza dei migranti nel nostro paese. Non solo, però, una giornata di sciopero etnico, ma una giornata di totale astensione da parte di tutti coloro che sentono il peso del razzismo, della precarietà tout court, della crisi come un peso di cui non intendono farsi carico più a lungo. Non sfugge a nessuno che se la totalità di questa popolazione meticcia non andasse più al lavoro, non mandasse più i figli a scuola, non aprisse più attività commerciali, non utilizzasse più i telefoni cellulari, non facesse più la spesa e via dicendo, l’economia italiana subirebbe un attacco non indifferente e per certi versi decisivo. Il simbolismo del primo marzo deve ruotare attorno alla messa in pratica di molteplici forme di astensione secondo le possibilità e le peculiarità di ciascuno, alla figura di donne e uomini che decidono di incrociare le braccia e di rendere tangibile e visibile la propria assenza in quel giorno. Si decide, dunque, di arricchire l’iniziativa con un grande momento di piazza che sappia riunire nel cuore della città, a conclusione della giornata, tutti coloro che individualmente hanno portato avanti la propria protesta silenziosa per dar loro voce.

In un momento storico in cui xenofobia, razzismo e intolleranza sono diventati una logica comune e legalizzata, una pratica di Stato attraverso cui costruire, sulla pelle di tutti i “diversi”, fobie e insicurezze in quello che fin dall’antichità viene chiamato il “popolo bue”, in un momento storico come questo bisogna saper sollevare la testa e sapersi rifiutare. Rifiutare di accettare, di sopportare, di sottostare a quelle forme di sfruttamento, di schiavitù, di annullamento delle identità e delle dignità che ovunque nel nostro Paese trovano facile cittadinanza. Nelle nostre campagne come a Rosarno. Da questa analisi nascono la volontà e la necessità di cavalcare la data del primo marzo e di gettare le basi di un radicale e sostanziale cambiamento, senza il quale il collasso ed il tracollo sociali rischierebbero di diventare sempre più inevitabili.

I prossimi appuntamenti fissati per la costruzione della giornata del primo marzo sono: sabato 30 gennaio 2010 alle ore 16 presso il Laboratorio Sociale, per un secondo momento assembleare del comitato alessandrino; sabato 13 febbraio 2010 dalle ore 15 sempre presso il Laboratorio Sociale, per una giornata di condivisione e di lotta per la costruzione dal basso dei diritti di tutti/e.

 

 

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