In una giornata come tante, tra un’ aggressione omofoba e un pestaggio, tra l’ ennesima strage nel mediterraneo chiamata “respingimento” e l’ ennesima carica della polizia ai danni un corteo pacifico di precari, arriva una lettera che sembra quasi completare il quadro di barbarie che ci circonda: l’ ordine di sgombero del Centro Sociale Crocevia. Si badi, non si parla di “barbarie” riferendosi alla violenza, ma alla volontà politica espressa sempre più chiaramente dalle istituzioni di eliminare (letteralmente) tutto ciò che, secondo chi ama definirsi normale, viene considerato “diverso”. Nel caso del Crocevia la diversità è genetica: un luogo di scambio, di costruzione di conflitti e lotte, di cospirazione, di rivendicazione di diritti; un luogo, ma soprattutto un’ idea, costruita da tutti quelli che in questi anni hanno voluto camminare insieme per costruire un’ alternativa autonoma, indipendente, libera. Ora capite? “luogo…idea…persone”, in più sempre in mezzo a tutte quelle manifestazioni, alle battaglie ambientali, alle lotte per il diritto alla casa, al fianco dei migranti per giunta… Come si fà a rendere compatibile con la nostra splendente democrazia un posto così? Come si fà a normarlo, neutralizzarlo e magari renderlo utile a far girare l’ economia alessandrina?

La risposta che l’ amministrazione comunale si è data è semplice e concisa: lo sgombero dei locali entro 20 giorni dalla notifica. Una notifica che arriva dopo esattamente sette anni dalla prima occupazione del Croceva in via Lumelli, trasferitosi poi nel quartiere Cristo al Forte Acqui,  e poco importa se lo sgombero viene giustificato dall’ aleatoria “riqualificazione” del parco del Forte, lasciato da sempre in completo abbandono. Quel parco riprese vita, così come lo stesso stabile, trovato in completo abbandono, con l’ occupazione del Crocevia: tutto venne ristrutturato e fatto rivivere, come possono testimoniare le migliaia di alessandrini che in questi anni l’ hanno vissuto, costruito, o semplicemente attraversato.

Non prendiamoci in giro insomma: il problema è politico, non di riqualificazione. il problema è ciò che il Crocevia rappresenta e ha rappresentato per la città: un bastone fra le ruote del potere, un fuoco sempre vivo perchè viva e determinata è la sua composizione sociale, un’ idea di società diversa a cui non può più essere permesso d’ esistere.

Un’ idea che ha portato il Crocevia ad agire, a mettersi in cammino, a costruire un’ alternativa al mondo di barbarie e violenza che ci circonda, con i piedi sempre piantati per terra e attenti ai bisogni reali, ma uno sguardo che sogna oltre l’ orizzonte.

Non prendiamoci in giro signori: Crocevia ha significato  battersi contro la guerra e la globalizzazione , significa stare al fianco delle lotte studentesche in difesa della scuola pubblica, significa l’ occupazione e l’assegnazione di case popolari per decine di famiglie bisognose, significa sport a prezzi popolari, significa difesa dell’ ambiente e dei beni comuni, significa concerti, iniziative culturali, socialità.

Crocevia è stato ed è tutt’ ora un’ esperienza politica indipendente da partiti e istituzioni, degna e reale, fatta di persone che hanno scelto di mettere in gioco le proprie vite per costruire un luogo dove le decisioni sono davvero condivise, dove il razzismo, l’ intolleranza e la violenza sono bandite. Il Crocevia è un sogno che si costruisce giorno dopo giorno, provando ad agire quel “camminare domandando”, quel bisogno di complessità e cambiamento continui che deriva solo dallo stare in mezzo alla gente, dall’ interrogarsi quotidiano sulla strada da intraprendere e che ci ha portato per esempio all’ occupazione dell’ ex caserma vvff assieme ad altri soggetti, divenuto ora un luogo culturale e sociale straordinario grazie ad un continuo interrogarsi sulla città, sui suoi bi-sogni.

Ancora un volta, non prendiamoci in giro: non si tratta di quattro mura nè di riqualificazione. Si tratta di idee, di centinaia di donne e uomini che hanno messo in gioco i propri corpi e le proprie menti per costruire dal basso un alternativa, un sogno, un altro mondo possibile…

e pensate un po’?

Quelle centinaia di donne e uomini credono in quel sogno.

Quelle centinaia di donne e uomini sono la mia famiglia.

La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto

Guai a chi ci tocca!

 

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