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	<title>15121 &#8211; Laboratorio Sociale Alessandria</title>
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	<title>15121 &#8211; Laboratorio Sociale Alessandria</title>
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		<title>Quando il diritto penale diventa arma contro il dissenso</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/sorveglianza-speciale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 18:26:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi e Paolo Pachino sono le vittime di un processo alle idee]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è conclusa lunedì mattina, 16 dicembre 2019, al tribunale di Torino, l’ultima udienza del processo che vede coinvolti tre ragazzi: Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi e Paolo Pachino che hanno fatto parte rispettivamente delle Unità di protezione delle donne (Ypj), del Movimento per la società democratica (Tev Dem) e delle Unità di protezione del popolo (Ypg) nella regione della Siria settentrionale nota come Rojava o Kurdistan siriano. Sono stati in Siria per sostenere le popolazioni che combattevano e combattono i miliziani fondamentalisti responsabili di genocidi, stupri, violenze e comprendere la proposta di una società democratica, ecologica, egualitaria e femminista; permettendo a noi, qui in Italia, attraverso report, articoli, video, incontri di approfondimento di sapere cosa stesse succedendo e cosa sta succedendo oggi in Siria, in maniera diretta e non mediata da interessi politici ed economici. <br />La pm Manuela Pedrotta ha chiesto un anno di sorveglianza speciale per Paolo e due anni per Eddi e Jacopo. “L’esperienza in Siria, qualunque significato e importanza le si voglia attribuire, non può costituire una sorta di immunità per condotte antigiuridiche che si sono commesse prima e dopo in Italia &#8211; ha detto in aula la pm e ancora &#8220;c’è la certezza che queste tre persone, in futuro, si rendano responsabili di condotte che mettano in pericolo l’ordine e la sicurezza” (dichiarazioni riportate sul quotidiano Repubblica lunedì mattina).<br />Diversi sono gli elementi poco limpidi che emergono da questa vicenda giudiziaria.<br />Più che mai si è reso palese ciò che già si intuiva dal corso delle udienze precedenti: è un processo alle idee, alle intenzioni, sono le idee ad essere pericolose, non il fatto che alcuni di loro sappiano maneggiare un’arma (come ne sono capaci militari, cacciatori, e chiunque sia in possesso di un porto d’armi).<br />A conferma di ciò il fatto che la “pericolosità sociale” nei loro confronti è data in via preventiva. In Italia è possibile essere “giudicati «socialmente pericolosi» in base a un decreto legislativo del 2011, ultima di una serie di atti che hanno aggiornato, senza abolirle, disposizioni risalenti al 1931, al Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza di epoca fascista. <em>Mutatis mutandis</em>, è la legge che Mussolini usava contro gli antifascisti, il famoso «confino», quella che oggi una repubblica nata dalla guerra partigiana usa nel silenzio generale.” Come spiega Davide Grasso, una delle 5 persone inizialmente coinvolte nel processo e poi escluso a giugno dalla vicenda.<br />I giudici hanno ora 90 giorni per notificare la “sorveglianza speciale”, una misura profondamente lesiva della libertà personale e normalmente richiesta per chi persegue finalità terroristiche, soggetti indiziati di truffa aggravata, associazione a delinquere, reati contro la pubblica amministrazione, spaccio.<br />La sorveglianza speciale, si concretizza in una serie di provvedimenti quali l’espulsione da Torino per due anni (pena prorogabile), l’obbligo di firma e di dimora, il sequestro del passaporto, l’annullamento della patente, l’obbligo di non uscire di casa nelle ore notturne e di presentarsi alle stazioni di polizia quotidianamente, oltre al divieto di svolgere attività sociali e politiche. è complicato anche solo immaginare che cosa può voler dire vivere per più di 700 giorni con tali limitazioni.<br />Tutto questo senza accertamenti probatori pieni, con elementi indiziali forniti esclusivamente dalla polizia politica: si contestano, infatti, aperitivi in sostegno a lavoratori licenziati, azioni di vicinanza a chi si trova in carcere, presidi. <br />La colpa? Quella di aver creduto in un progetto di società altra da quella neoliberista, di averlo fatto a fianco dei curdi, e aver contribuito a sconfiggere lo Stato Islamico. Quel Califfato che ha oppresso e martoriato il Medio Oriente e che ha seminato terrore in Europa, a Parigi, Bruxelles, Londra, Barcellona e che ora a causa delle azioni turche sta nuovamente acquisendo potere.<br />Se questo provvedimento nei loro confronti dovesse passare, costituirebbe un pericoloso precedente che consentirebbe di limitare la libertà di dissenso e di partecipazione di tutti coloro che non abbassano la testa, che guardano ciò che succede oltre i confini italiani ed europei, che denunciano il silenzio di un continente complice della violenza dello stato Turco nei confronti del Kurdistan.<br />Il rischio di vedere utilizzato il diritto penale come arma per impedire qualsiasi manifestazione di dissenso sta diventando reale.<br />Questi avvenimenti sono il segnale evidente di un utilizzo ideologico dell’ordinamento giuridico penale (il codice Rocco, redatto durante il fascismo), che calpesta quegli stessi diritti umani di cui lo Stato tramite la legge si nomina primo difensore. <br />“Cercavi giustizia ma trovasti la legge” (cit.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Autrice </p>
<p><b>Marta Sofia</b></p>
<p>ph. <a href="https://www.facebook.com/brescivive/posts/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Torce nella notte</a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Coscienze ecologiche</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/coscienze-ecologiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 12:50:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricicla, chiudi l’acqua, fai la differenziata, mangia sostenibile, non usare la macchina...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una particolare realtà del tempo che attraversa questa fase della storia, che rende incredibilmente pericolante la possibilità di un futuro per la razza umana.. Il futuro che si materializza nelle parole stampate dei <a href="https://www.ipcc.ch/reports/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">rapporti IPCC</a> è un futuro impossibile, negato, che si staglia contro un immenso muro di nulla che è parte di quell’<a href="https://www.15121.it/2019/01/24/riscaldamento-globale-2/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">iperoggetto</a>, il cambiamento climatico, che è già qui ed ora, e già riempie il nostro spazio temporale fino a ottenebrare la sensazione di un futuro possibile.<br />
Quell’abisso terribile, il cambiamento climatico, che prelude alla fine del mondo ha la necessità di essere contrastato con decisione: perché la sua iperoggettività ha un antagonista nella consapevolezza diffusa, a livello di coscienza collettiva, della possibilità di mettere in pratica un cambiamento totale, che agisca allo stesso livello di grandezza, sulla stessa scala di valore.<br />
Ed allora, se sono milioni le persone che negli ultimi 30 mesi hanno messo in gioco il loro tempo, e le loro vite per la possibilità di deviare il corso di questa storia e trasformare il futuro plasmandolo secondo la categoria della speranza in un tempo che sia umano e comunque sostenibile.<br />
Se da una parte quello, l’impegno di una generazione intera, dall’altro la distanza e l’indifferenza del mondo della politica. Soggiogata e tenuta alla catena dal ricatto del capitalismo l’establishment democratico si sta rivelando, ovviamente, troppo debole per mettere in campo soluzioni concrete che facciano fronte ad uno stato di cose sempre più nero e senza speranza.<br />
Pochi giorni fa Madrid è stata la città ospite della COP 25 in merito alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Il mondo ha visto due cose su tutte: da una parte mezzo milione di persone sfilare per le vie della capitale spagnola rivendicando giustizia climatica; dall’altra la chiusura dei lavori senza aver fatto nessun passo avanti, rispondendo al grido di milioni di persone con un debolissimo sussurro che parla il linguaggio del neoliberismo e della corsa a perdifiato verso il miraggio della crescita infinita.<br />
In questa distanza tra pretese collettive e azioni politiche del potere si inserisce subdolamente la disciplina individuale, ovvero quel tipo di teoria che vorrebbe, disillusa dal potere, così distante e sordo, impostare un tipo di rivoluzione ecologica impostata sull’individualità.<br />
Ricicla, chiudi l’acqua, fai la differenziata, mangia sostenibile, non usare la macchina.<br />
Ciò che racconta questa serie di imperativi etici è che devi agire così perché il futuro è nelle tue mani: si agisce sulla coscienza, la si colpevolizza, in modo da farle vedere il mondo intero come il suo specchio cattivo.<br />
Ma c&#8217;è di più: se il futuro è nelle mie mani, è perché lo è anche il presente. Se dipende da me è perché sono il primo colpevole. Strategia vincente da parte dei grandi gruppi che organizzano i processi produttivi, che l&#8217;hanno organizzata per decenni, perché responsabilizzare il singolo permette di deresponsabilizzare il produttore. Offuscando il dato oggettivo che sono, per esempio, <a href="https://valori.it/20-multinazionali-del-petrolio-e-gas-producono-da-sole-il-30-delle-emissioni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">20 grandi multinazionali del gas e del petrolio a produrre un terzo delle emissioni globali</a>.<br />
Perdere la presa di coscienza politica, cioè collettiva, isolando i singoli responsabili produce una lotta tra singole coscienze che trasporta su questo piano il conflitto invece di indirizzarlo verso chi organizza i processi di produzione. Un fulgido esempio? La stagione di concerti 2019 di Jovanotti, il Jova Beach Party. Un&#8217;estate intera a distruggere ecosistemi fragili quali le spiagge: migliaia di persone che, mentre fanno a pezzi la vita saltandoci sopra in massa, buttano il tappo della bottiglia nel contenitore giusto.<br />
Questa deriva origina sia nella succitata disillusione che il potere sia “inarrivabile”, sia nella tattica neoliberista che ha trasformato le nostre vite in singole entità a-sociali e continua a trasformarle, verso un parossismo di individualità impermeabili ai processi sociali.<br />
Questo discorso non va ovviamente nella direzione di sconsigliare di modificare le proprie pratiche di consumo verso un più etico modo di agire il proprio rapporto con l’ambiente che ci circonda. Anzi, proprio dalla pratica individuale si può partire per agire collettivamente.<br />
Mettere in pratica azioni di conservazione dell’ambiente da soli e insieme. Mettersi in gioco, ancora più determinatamente per cambiare il corso della storia, per assicurare un futuro al pianeta e a noi tutte e tutti.<br />
I movimenti per la giustizia climatica come Fridays For Future, nelle loro declinazioni planetarie segnano il passo di una mobilitazione collettiva che vede milioni di persone impegnate in un agire collettivo e coraggioso per pretendere da chi detiene il potere, prese di posizione e azioni reali per far fronte alla situazione di collasso climatico nella quale ci troviamo.<br />
Solo l’agire sociale creerà nel tempo un qualcosa di abbastanza forte da modificare il corso della storia, piegando il potere alla realtà dei fatti e alla ragionevolezza di chi lotta per assicurare un futuro degno a chi vivrà dopo di noi.</p>
<p>Autore </p>
<p><b>Elio Balbo</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Non c’è alcuna alternativa</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/alternativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 12:49:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[“E più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo” diceva Mark Fisher
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.15121.it/2019/10/17/cronache-riscatto/" target="_blank" rel="noopener">CRONACHE DI UN RISCATTO </a></p>
<p style="text-align: center;">Nel loro tempo sono stati istanti, porteremo quelle scintille come trascinate dal vento della storia ad accendere i fuochi delle rivoluzioni, gli istanti diventeranno eternità e vivranno della potenza della costruzione di nuove pagine</p>
<p>“E più facile immaginare la fine del mondo che la fine del Capitalismo”.<br />Con ogni probabilità, questa è stata la frase più ripetuta all&#8217;interno degli ambienti culturalmente di sinistra, sia di movimento che da salotto, giovanili o meno, in quest&#8217;anno 2019 che ormai si avvia alla conclusione.<br />In effetti la si trova sovraimpressa anche in un video del trapper Young Signorino, il quale, che sia di sinistra oppure no, di culturale in senso stretto ha ben poco.<br />Più che una semplice proposizione, abbiamo in effetti a che fare con una constatazione sulla società di oggi e sull&#8217;atmosfera culturale che la pervade, resa celebre da Mark Fisher, inglese, intellettuale indipendente, filosofo e sociologo, morto suicida il 14 gennaio 2017 a soli 48 anni.<br />L&#8217;espressione che ha raccolto tanto successo è in realtà il titolo che Fisher ha voluto dare al primo capitolo di “Realismo Capitalista”, la sua opera più diffusa, un capolavoro filosofico, sociologico e insieme economico destinato, al di là di ogni qualsiasi dubbio, a diventare una delle letture di riferimento per l&#8217;analisi della fase storica che stiamo attraversando, caratterizzata dal sistema economico, sociale e politico che conosciamo come Neoliberismo.<br />Fisher, nella sua lucida genialità, ci mette in guardia sul come il Realismo Capitalista sia di fatto un&#8217;atmosfera che pervade la sfera culturale della nostra società, e che orienta il pensiero comune verso un orizzonte di rassegnazione al dominio del capitalismo, con un&#8217;intensità talmente ottundente da rendere impossibile anche solo immaginare un&#8217;alternativa verosimile al regime neoliberista. Questa potentissima persuasione è stata messa in atto dal capitalismo attraverso la mercificazione, sempre più estesa e concentrata allo stesso tempo, di ogni prodotto culturale creato dalle persone, semplicemente assegnandone uno specifico valore monetario: in questo modo la cultura si svuota, e con essa anche la storia pregressa, dato che la produzione culturale avviene nel corso di una sedimentazione storica. Privando la cultura dei suoi contenuti che non siano relegati al mero valore economico, si contribuisce in un certo senso a far dimenticare la storia da cui quella cultura ha avuto origine, e qui troviamo un passaggio decisivo della visione di Fisher del realismo capitalista: le persone immaginano un futuro sulla base di possibili variazioni, o per meglio dire aggiornamenti, del passato, e quindi della storia. Ma se la storia viene defraudata da tutto ciò che non sia monetariamente quantificabile, o in altri termini profittevole, attraverso la mercificazione delle creazioni culturali che in essa si sono sedimentate, diventa impossibile immaginarla ri-aggiornata in una sua versione futura. Possiamo quindi dire che il futuro è la storia che si ripete, che si riproduce: se per noi non esiste più una storia che sia diversa da quella del profitto, perchè non ce la ricordiamo più, come possiamo coerentemente immaginare, e magari provare a costruire, un futuro che non sia anch&#8217;esso del e per il profitto? Il trionfo supremo del capitalismo, il Realismo Capitalista.</p>
<p><a href="https://www.15121.it/2019/12/19/alternativa/realismo-capitalista-cover/" rel="attachment wp-att-7565 noopener" target="_blank"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7565 size-medium" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-194x300.jpg?_t=1576706265" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="194" height="300" title="Non c’è alcuna alternativa 1 - Laboratorio Sociale Alessandria" srcset="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-194x300.jpg 194w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-768x1187.jpg 768w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-994x1536.jpg 994w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-1080x1669.jpg 1080w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-1280x1979.jpg 1280w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-980x1515.jpg 980w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover-480x742.jpg 480w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/realismo-capitalista-cover.jpg 1299w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" /></a></p>
<p>La visione di Fisher è tutt&#8217;altro che ottimistica, ma riesce in ogni caso ad intravedere delle contraddizioni all&#8217;interno del nostro sistema sociale.<br />Il neoliberismo, o tardo capitalismo come viene definito dall&#8217;Autore, che pur manifestando tendenze interne autodistruttive (come la crisi finanziaria del 2008) dall&#8217;esterno appare inscalifibile, cela una contraddizione cruciale: di inevitabile in quanto naturale non ha nulla, perchè è un sistema determinato e legittimato da decisioni politiche da un lato, e dall&#8217;altro è alimentato e sostenuto sia da comportamenti individuali, cioè le virtualmente libere scelte del consumatore, sia tendenze collettive, come le mode e gli stili di consumo.<br />Volendo stabilire una nascita del neoliberismo, Mark Fisher cita l&#8217;economista marxista Christian Marrazzi, secondo il quale è possibile identificare una data precisa. Il 6 ottobre 1979 la Federal Reserve degli Stati Uniti decide di innalzare al 20% i tassi d&#8217;interesse, favorendo così, con una decisione realmente politica, ma nemmeno lontanamente fisiologica e naturale, tutti i soggetti in possesso di ingenti capitali, sia privati cittadini che imprese. Quella manovra fu, a tutti gli effetti, un caso di lotta di classe, in quel giorno vinta nettamente dalla classe sociale più ricca grazie ad un provvedimento economico frutto di una decisione politica.<br />La congiuntura creatasi, spacciata come reale in quanto naturale ma in realtà determinata dalla politica, divenne sempre più pesante per la classe lavoratrice a causa dell&#8217;introduzione della cosiddetta flessibilità del lavoro, anticamera di quella precarietà esistenziale e non solo lavorativa che caratterizza oggi le nostre vite. Una vita più difficile, per milioni persone, a causa di un provvedimento politico voluto dalla classe dominante per prendersi una rivincita sulla classe lavoratrice, dopo le conquiste sociali degli anni &#8217;60-&#8217;70.<br />Uno stile di vita afflitto da ansia e insicurezza che contribuisce all&#8217;ingresso, per sempre più donne e uomini, nella depressione. Depressione ed altri disturbi di cui Fisher individua le origini in un&#8217;analisi acutissima e nitida: la società del capitalismo reale scarica la responsabilità del disagio mentale sulle persone come se fosse una colpa privata, la colpa di non essere abbastanza performanti, di non reggere lo stress di lavori svilenti e di una vita precaria all&#8217;interno di una società competitiva, individualista e spesso addirittura rancorosa.<br />Una società, quella del realismo capitalista, che nella fissazione ossessiva verso la performance dispiega un livello di burocrazia enorme, burocrazia che Fisher analizza in modo sintetico e convincente e che descrive come contraddizione del sistema, visto che la retorica neoliberista si è sempre accanita sull&#8217;inefficiente macchina burocratica statale, a favore di un&#8217;inverosimile fluida armonia dei mercati. La logica di profitto capitalista, la tensione verso il rendimento costante si basa su un sistema di controllo del lavoro morbosamente capillare.<br />E&#8217; necessario svelare la cortina che circonda queste contraddizioni, partendo in ogni caso dal punto di vista che ne facciamo tutti parte, tutti in qualche modo contribuiamo ad alimentare il capitalismo reale, una verità che, nel pensiero di Fisher, deve costituire la base per qualsiasi azione politica autentica.</p>
<p>Autore </p>
<p><b>Daniele Trovò</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Libri all&#8217;assalto del cielo</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/red-star-press/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 12:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Cristiano Armati, militante dei movimenti sociali, scrittore a sua volta, è il Direttore editoriale di Red Star Press]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.15121.it/category/parole-carta/" target="_blank" rel="noopener">PAROLE DI CARTA</a></p>
<p style="text-align: center;">Storie di libraie e librai, editrici ed editori, scrittrici e scrittori (indipendenti, s’intende!)</p>
<p>Nel 2012 un gruppo di lavoratori dell’editoria, di fronte alle difficoltà delle rispettive realtà lavorative, a mancati pagamenti, ad incertezze crescenti riguardo al futuro decidono di iniziare una nuova esperienza e danno vita alla cooperativa editoriale Red Star Press. Una piccola casa editrice che in questi anni si è ritagliata uno spazio significativo nell’editoria indipendente, con lo scopo di “riproporre in chiave popolare i testi-chiave dei giganti della politica, alimentare la domanda di conoscenza, dare spazio alla contestazione e all’espressione con la memorialistica e la narrativa di movimento.” Cristiano Armati, militante dei movimenti sociali, con una lunga esperienza in altre case editrici, scrittore a sua volta, è il Direttore editoriale di Red Star Press. Lo abbiamo intervistato per Parole di Carta</p>
<p><strong>Scrittore, direttore editoriale, editore. Sei nel mondo dell’editoria da anni e con ruoli diversi. Come lo hai visto cambiare nel tempo?</strong><br />Lavoro nell’editoria dal 1999: basti dire che quando ho cominciato c’era ancora la lira! Per questo non è semplice parlare di “cambiamento”, le mutazioni, infatti, sono state diverse: pensiamo soltanto all’avvento delle tecnologie della stampa digitale, per quanto riguarda la produzione, mentre, sul fronte della lettura, abbiamo assistito non tanto – o non solo – alla comparsa degli ebook con le relative device di lettura elettronica, tra l’altro sempre più sofisticate e piacevoli, ma alla molto più profonda trasformazione provocata dall’accoppiata smartphone-social network, con cui il libro deve fare i conti con una competizione per la conquista del tempo libero sempre più agguerrita. Anche se tale competizione ha penalizzato molto di più l’editoria periodica (chi legge più i quotidiani cartacei oggi?) rispetto a quella libraria, ce ne sarebbe già abbastanza per dedicare a tali argomenti tutti gli innumerevoli trattati socio-antropologici già scritti. Quello di cui si parla poco, però, resta, per quanto mi riguarda, la cosa più importante da dire: il confronto tra 1999 e 2019 deve tenere conto della più grande crisi economica mai attraversata dall’intero Occidente dai tempi della fine della seconda guerra mondiale. Un vero e proprio dispositivo bio-politico che non si è limitato, per dirlo in parole semplici, a lasciare sempre meno soldi nelle tasche delle persone – che oggi hanno più problemi di un tempo a pagare affitti o a mettere insieme il pranzo con la cena, figuriamoci quindi a investire in libri… – ma che, acuendo ulteriormente l’annoso conflitto tra capitale e lavoro, ha valorizzato oltremisura la rendita, finendo per ridisegnare tutto lo spazio che abitiamo. Cosa c’entra questo con i libri? Moltissimo: pensiamo soltanto alle innumerevoli librerie costrette a chiudere perché incompatibili con i costi degli affitti e avremo un buon punto di partenza per iniziare a parlare della diversità tra il contesto in cui si producono, vendono e leggono libri oggi e quello in cui si producevano, vendevano e leggevano in passato.</p>
<p><strong>Le definizioni in quest’ambito sono sempre un po’ riduttive. Ma senza dubbio Red Star Press rientra in quella che si definisce editoria di movimento, politica, di controcultura e così via. Ci racconti come e perché è nata l’idea di questa casa editrice e cosa rappresenta ora per te?</strong><br />Come tanti lavoratori, e certamente non solo del comparto editoriale, io e i miei colleghi, con l’avvento della crisi, ci siamo trovati a fare i conti con il crescente fenomeno della precarizzazione e con la sottovalutata ma altrettanto grave realtà di una dequalificazione generalizzata. A nemmeno quarant’anni, in sostanza, abbiamo dovuto affrontare la nostra sostanziale espulsione dal mercato del lavoro. Se a questo si aggiunge il fatto che l’abbandono della storia e della cultura del movimento operaio stava letteralmente gridando vendetta, si può capire come e perché abbiamo avuto l’idea di costituire una cooperativa editoriale che alla storia e alla cultura del movimento operaio deve la sua fondazione e la sua ispirazione.</p>
<p><strong>Ci parli brevemente del catalogo di Red Star?</strong><br />Oggi, dopo sette anni di lavoro “matto e disperatissimo”, abbiamo superato i 150 titoli, organizzati nelle collane “I libretti rossi”, dedicata ai giganti del pensiero politico, “Unaltrastoria”, con cui si esplorano le radici rimosse del passato collettivo, “Tutte le strade”, dove pubblichiamo reportage, poesia e narrativa di movimento, “Le fionde”, in cui trovano spazio i classici che desideriamo proiettare nel futuro, e “Red Star Kidz”, pensata per iniziare a pubblicare anche libri per bambini. Accanto al nostro marchio principale, come cooperativa editoriale, produciamo anche Bizzarro Books, con cui tocchiamo i tempi dell’arte ipercontemporanea, ed Hellnation Libri, di carattere più spiccatamente controculturale, costruita intorno agli assi portanti della musica e dello sport, sempre interpretati da un punto di vista popolare.</p>
<p><strong>Come scegli i libri da pubblicare?</strong><br />Riallacciandomi al filone della critica antipsichiatrica dico che è il villaggio a fare il matto e non il contrario. Allo stesso modo sostengo che non è l’editore a fare i libri, ma sono i libri a fare l’editore: sono loro, insieme a ciò che hanno da dire, a cercarci per le strade e nelle piazze, noi, al massimo, li aiutiamo a venire alla luce.</p>
<p><strong><a href="https://www.15121.it/2019/12/19/red-star-press/cristiano_amati/" rel="attachment wp-att-7547 noopener" target="_blank"><img decoding="async" class="wp-image-7547 size-medium aligncenter" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/cristiano_amati-280x300.jpg?_t=1576512292" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="280" height="300" title="Libri all&#039;assalto del cielo 2 - Laboratorio Sociale Alessandria" srcset="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/cristiano_amati-280x300.jpg 280w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/cristiano_amati-480x515.jpg 480w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/cristiano_amati.jpg 562w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /></a>Ce n&#8217;è uno, o più di uno, che sei particolarmente felice di aver pubblicato?</strong><br />Passo perché dovrei fare un elenco lunghissimo che, puntualmente aggiornato, è già on-line all’indirizzo redstarpress.it…</p>
<p><strong>Per molti editori medio-piccoli uno dei nodi cruciali è quello della distribuzione. Cosa ci puoi dire in proposito?</strong><br />Che per quanto ci riguarda il discorso è più vero se lo spostiamo dal distributore classicamente inteso alle librerie che, come dicevo prima, pagano in modo molto forte tutti i problemi legati sia al deprezzamento del lavoro in rapporto alla rendita – oggi ci vogliono diversi mesi di stipendio di un operaio per pagare un affitto in una grande città! – che la concorrenza con i grandi store on-line. Dal mio punto di vista, credo paghino anche una sorta di interiorizzazione della paura. Voglio dire che qualcuno interessato a farlo ha raccontato che i temi del conflitto di classe e delle lotte di liberazione – cioè i principali attori del nostro catalogo – era roba morta e sepolta insieme al Novecento e molti, troppi, ci hanno creduto, finendo per distaccarsi da pezzi sempre più importanti di lettori. In un certo senso direi che la sorte di molte librerie è stata od è simile a quella di una presunta “sinistra” che, più realista del re, ha superato a destra anche la destra sul terreno del liberismo, piangendo poi il distacco dalla sua base di riferimento e un crollo culturale prima che elettorale.</p>
<p><strong>È sicuramente una questione ampia e complessa, ma cosa sarebbe necessario a tuo parere per ridare respiro ad un mercato sempre più in difficoltà e sotto pressione come quello degli editori e delle librerie indipendenti?</strong><br />Sono convinto che i problemi dei libri possano e debbano essere risolti soltanto fuori dai libri. Il nostro motto, da questo punto di vista, è: «Cosa ci facciamo di un libro se non abbiamo un reddito decente e neppure una casa?».<br />Parafrasando un antico detto africano, ogni volta che una famiglia viene sfrattata per morosità incolpevole, ogni volta che uno spazio sociale viene sgomberato e ogni volta che un lavoratore viene licenziato, magari grazie al Jobs Act, è un biblioteca che brucia. Esattamente come la sinistra – o meglio, esattamente come chi intende restare parte di quel movimento reale che abolisce lo stato di cose presente – l’editoria indipendente non ha alternative: deve ripartire dalle lotte e ricominciare a vincere insieme alla sua classe di riferimento, il popolo.</p>
<p>Autore </p>
<p><b>Fabio Bertino</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Una piazza</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/dz-piazza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 12:42:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Avventure trenodimensionali per autostoppisti e gli altri contenuti a cura di !DZ! ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Avventure trenodimensionali per giovani autostoppisti e altri contenuti<br />a cura di : !DORMOZERO!</p>
<p> </p>
<p style="text-align: center;">persi tra un banco di pesci </p>
<p><a href="https://www.15121.it/2019/12/19/dz-piazza/80553724_1138023389922743_1064668937515433984_n/" rel="attachment wp-att-7574 noopener" target="_blank"><img decoding="async" class="size-large wp-image-7574 aligncenter" src="https://www.15121.it/wp-content/uploads/2019/12/80553724_1138023389922743_1064668937515433984_n-341x1024.jpg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="341" height="1024" title="Una piazza 3 - Laboratorio Sociale Alessandria"></a></p>
<p>Una sera mentre ubriaco mi accompagno a casa<br />mi accorgo di essere a un certo punto circondato,<br />che la diritta via era smarrita&#8230;<br />fortuna in quella piazza c&#8217;è Martina.</p>
<p>Uno stuolo di persone strette strette<br />per freddo, per moda<br />forse persi, forse<br />proprio come me.</p>
<p>Qualcuno aspetta la novità,<br />altri l&#8217;hanno già vista<br />e sono lì per contare:<br />a quanto sta la libertà?</p>
<p><em>“Sono più di dieci città”. Risponde lei.</em></p>
<p>Non hanno bandiere ne striscioni<br />ma pesci e polmoni,<br />cartelli scritti a mano<br />e le solite canzoni.</p>
<p>Mentre mi aggiro e cerco strade<br />a voce alta erutto parole,<br />come posso trovare la mia casa<br />con tutte queste persone?</p>
<p>Riconosco volti in giacche scamosciate<br />orecchini d&#8217;oro dal sorriso spensierato<br />pensioni per lavori dimenticati.<br />Partite Iva e contratti a tempo contato.<br />ma nessuno di loro assomiglia alla mia gente.</p>
<p><em>“Ma io li ho riconosciuti, cazzo lo sapevo, sono loro!”.</em></p>
<p>Sono i delusi, le insoddisfatte, le pensatrici,<br />i politici da bar, i teorici del parcheggio,<br />le reduci del weekend, i compagni del 68, le giovani del 98,<br />i filosofi del 77, quelle che ci speravano davvero,<br />quelli con la memoria corta, gli spettatori di ballando con le stelle<br />e chi invece preferisce Montalbano e la sua serie&#8230;<br />ci sono proprio tutti e tutti sono invitati.</p>
<p>L&#8217;unione fa la forza, penso,<br />ma senza un comune idioma<br />anche la più sofisticata piazza<br />è destinata a esser vuota.</p>
<p>Il pensiero è tutto,<br />ma senza memoria<br />la partecipazione è sterile<br />il conflitto, inesistente.</p>
<p>Le mie idee trafiggono una vecchia.<br />Si volta.<br />Mi fissa.<br />E così parla.</p>
<p><em>“Io non ho mai votato Salcazzola Qualunque, e comunque siamo qui per ripartire dall&#8217; antifascimo”.</em></p>
<p>Io mi giro.<br />La guardo.<br />E infine,<br />La mangio.</p>
<p>Sazio mi dirigo a casa<br />Martina mi stringe la mano<br />vorrei dire qualcosa<br />ma la vecchia pesa sullo stomaco.</p>
<p>Taccio.</p>
<p>Autore</p>
<p><b>!DZ!</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Cosa c&#8217;entrano delle vulve in gommapiuma con l&#8217;educazione sessuale?</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/vulve-gommapiuma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2019 23:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mese scorso, un’iniziativa organizzata da Non Una di Meno alla Casa delle Donne di Alessandria, scatenava un certo scalpore]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mese scorso, un’iniziativa organizzata da Non Una di Meno alla Casa delle Donne di Alessandria, scatenava un certo scalpore in città (e non solo).<br />A seguito dell’evento, dal titolo “Parla con lei”, diversi politici locali &#8211; Emanuele Locci, Presidente del Consiglio Comunale di Alessandria, l’Assessora alle Pari Opportunità, Cinzia Lumiera e Piero Castellano, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio Comunale ad Alessandria, &#8211; tornavano (non è la prima volta che le attività della Casa delle Donne fanno discutere) ad indignarsi per un’iniziativa ritenuta “vergognosa”, “offensiva”, a scatenare sui social attacchi d’odio nei confronti del collettivo transfemminista, ad inviare ai giornali comunicati stampa ricchi di teorie fantasiose e posizioni progressiste (“nelle piazze a parlare di sex toys a beneficio di un pubblico di minori”, “siamo questo per le donne di Non Una di Meno? Vulve parlanti??”, “Le donne non sono ‘vulve parlanti’ &#8230; portano la vita e sono la spalla degli uomini” sono solo alcune delle brillanti esternazioni).<br />L’evento in questione era un “una chiacchierata con un’esperta di educazione sessuale e, in contemporanea, un laboratorio ludico per adulti (a cura del collettivo Le Pupazzare, .ndr) di costruzione di vulve in gommapiuma&#8221; &#8211; hanno spiegato le attiviste in un comunicato diffuso in risposta ai commenti dei politici locali.<br />Per approfondire ulteriormente il senso della conoscenza del proprio corpo &#8211; come ha scritto Non Una di Meno “condizione necessaria per praticare serene forme di relazioni, autodeterminazione e mettere in discussione la società patriarcale” -, e capire il nesso tra l’educazione sessuale e le vulve in gommapiuma, abbiamo incontrato Gisella Rossini, l’esperta in educazione sessuale che ha guidato l’evento.</p>
<p><strong>Cosa fai e come è nato l’interesse per questa specializzazione?</strong><br />Sono una pedagogista ovvero mi occupo di educazione, di formazione e di cura e soprattutto mi occupo di chi si occupa di questi argomenti ovvero insegnanti, professionisti della salute, educatori e genitori. 20 anni fa quando ero educatrice di strada e lavoravo con gli adolescenti nei loro luoghi informali di ritrovo ovvero i muretti, le pensiline, le panchine e avevo come mandato istituzionale di parlare con loro di sostanze stupefacenti per prevenirne l’abuso, mi sono accorta che in realtà era urgente offrire un confronto sui temi della sessualità. Fu così che frequentai la scuola di sessuologia di Torino e dopo due anni di corso presi il titolo di esperto in educazione sessuale. Da allora ho sempre cercato di costruire esperienze educative in cui le persone di varie età e genere avessero occasioni di confronto su questa tematica. Un confronto che fondamentalmente restituisce alle persone un senso di appartenenza a praticare e a vivere la sessualità secondo il proprio modo di sentire, cercando di riappropriarsi e di dare una forma propria a immaginari sociali, a mode e a latenti imposizioni di modi di essere anche e soprattutto lì quando si è nudi con sé stessi e con il o la partner.</p>
<p><strong>Perché sia importante parlare sessualità e piacere alle donne? </strong><br />Credo sia importante parlare di sessualità in generale, ma non con una modalità che usa slogan o con un tono di voce alto e roboante, come è proprio di questi tempi. Credo sia importante allestire spazi e tempi raccolti in cui confrontarsi perché non siamo soli, perché siamo umani e ciò che riguarda l’umano ha bisogno di essere conosciuto, nominato, raccontato, significato. Ciò che ci distingue come specie è la capacità di dare significato e senso agli eventi e dunque credo sia fondamentale trovare il modo per poter creare significati in cui ciascuno, con la propria storia, si possa riconoscere. Le donne in particolare, ancora nel 2019, devono fare i conti con una narrazione sociale in cui spesso faticano a riconoscersi, una narrazione distorta e ingiusta a volte. Diventa dunque necessario e prezioso creare momenti in cui la narrazione individuale delle donne può trovare spazio, può allargarsi, esprimersi e ridimensionarsi nel senso di trovare nuove forme e nuove narrazioni condivise.</p>
<p><strong><a href="https://www.15121.it/2019/12/19/vulve-gommapiuma/gisella/" rel="attachment wp-att-7557 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7557 size-medium" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/gisella-255x300.jpg?_t=1576697445" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="255" height="300" title="Cosa c&#039;entrano delle vulve in gommapiuma con l&#039;educazione sessuale? 4 - Laboratorio Sociale Alessandria" srcset="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/gisella-255x300.jpg 255w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/gisella-768x904.jpg 768w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/gisella-480x565.jpg 480w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/12/gisella.jpg 960w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a></strong></p>
<p><strong>Hai detto “ancora nel 2019”. A che punto siamo, secondo te in Italia, con l’educazione alla sessualità? </strong><br />Purtroppo, in Italia si parla di sesso solo attraverso la straordinarietà, ovvero la pornografia, il libro o il film cult del momento, ma anche la malattia, per esempio gli anni in cui c’era una massiccia campagna di informazione sull’HIV e AIDS.<br />Non c’è spazio per l’ordinario, quello che accade realmente, quello con cui ci si misura con il proprio corpo, con le proprie trame narrative. Non abbiamo un lessico per dire e parlare della sessualità se non in maniera volgare, esagerata, mediatica.</p>
<p><strong>Perchè credi che parlare di sessualità costruendo vulve in gommapiuma abbia un senso? Magari puoi anche raccontarci come hai conosciuto Le Pupazzare&#8230; </strong><br />Le Pupazzare sono state un incontro casuale ma è stato amore a prima vista. Una sera presso la Casa delle Donne di Milano Silvia Torri, una amica comune, presentava il suo spettacolo Flirt in cui è in scena un preservativo femminile. Le Pupazzare aprivano la serata con il loro spettacolo di vulve cantanti e a seguire dopo la rappresentazione di Flirt io e una ginecologa abbiamo discusso di sessualità di prevenzione e di benessere sessuale. Le Pupazzare e lo spettacolo di Silvia hanno la caratteristica di parlare di sessualità attraverso un intermediario. Lo spettacolo di teatro e la costruzione delle vulve sono dei mediatori con cui è possibile arrivare al cuore delle persone.<br />In particolare, il laboratorio di costruzione di una vulva in gommapiuma è fruibile da qualsiasi persona, la manualità richiesta è semplice non troppo complessa, è divertente, è ludico e contemporaneamente volendo, mentre si costruisce, si taglia, si incolla e si decora è possibile offrire degli spunti di riflessione su alcuni aspetti della sessualità. Si può parlare e dare alcune informazioni fisiologiche, per esempio sul pavimento pelvico, oppure si può parlare di piacere, di prime volte o di quello che il gruppo di volta in volta suggerisce come interesse sul benessere sessuale. Insomma, giocando si impara, anche da adulti. Si finisce con una cantata di vulve di gommapiuma, da portare in manifestazione o da tenere a casa, come si vuole; in ogni caso è un laboratorio in cui si da voce ad una parte del corpo generalmente sconosciuta e silente ed è proprio questo il suo potenziale.</p>
<p>A proposito di cantata, non possiamo non condividere con voi il capolavoro musicale realizzato da Michela Murgia ed Edoardo Buffoni &#8211; che nell’ambito della trasmissione “Tg Zero” hanno raccontato dell’iniziativa alla Casa delle Donne e delle polemiche &#8211; e magistralmente interpretato dalle vulve in gommapiuma de Le Pupazzare.</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Flepupazzare%2Fvideos%2F2550603015017733%2F&amp;show_text=0&amp;width=560" width="560" height="315" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Autore </p>
<p><b>Guido Sagatalli</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Industria del benessere e spiritualità in saldo</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/benessere-spiritualita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 17:13:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Il “mindfulness” si è fatto largo con estrema facilità nel mercato globale ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se stai leggendo questo articolo, probabilmente hai pensato almeno una volta di praticare “mindfulness” o conosci qualcuno che lo pratica.<br />Il “mindfulness” ora è di gran moda. Secondo i suoi sostenitori siamo nel mezzo di una &#8220;rivoluzione della consapevolezza&#8221;. Jon Kabat-Zinn, recentemente soprannominato il &#8220;padre del mindfulness&#8221;, arriva a proclamare che siamo sull&#8217;orlo di un rinascimento globale, e quella consapevolezza &#8220;potrebbe in realtà essere l&#8217;unica maniera per le specie e il pianeta per attraversare i prossimi duecento anni&#8221;.<br />Veramente? Una rivoluzione? Una rinascita globale? Che cosa è stato esattamente ribaltato o radicalmente trasformato per ottenere una così nuova condizione?<br />L’ultima volta che ho aperto il giornale mi è parso che la distribuzione della ricchezza fosse ancora sbilanciata, le disuguaglianze sociali a livelli record, il sovraffollamento delle carceri e le condizioni dei detenuti un reale problema sociale di cui nessuno si occupa, i porti ancora chiusi mentre muoiono migliaia di persone in mare. Mi sembrava che l’Italia inviasse ancora armamenti e facesse accordi con mercanti di morte, la demonizzazione dei poveri rimanesse all&#8217;ordine del giorno, almeno quanto la corruzione politica e le infiltrazioni mafiose in appalti pubblici, le scuole e gli ospedali soffrissero di scarsi investimenti e le conseguenze del cambiamento climatico fossero sempre più visibili anche qua, nella cara Europa.<br />Quarant&#8217;anni fa, Kabat-Zinn iniziò a distillare la saggezza buddista in un quadro che potesse rispondere alle preoccupazioni moderne. Originariamente progettò un breve corso per coloro che soffrivano di dolore fisico cronico. Da allora questi programmi sono stati estesi per trattare una vasta gamma di casi tra cui depressione, dipendenze e stress sul posto di lavoro. Sono stati adottati nelle scuole, nelle imprese, nei sistemi di giustizia penale, negli eserciti, nel Servizio Sanitario Nazionale, sui posti di lavoro (anche in quello di mia madre!).<br />Praticata nelle sue innumerevoli forme, la meditazione ha sicuramente aiutato molte persone a trattare e negoziare le profonde ingiustizie, contraddizioni e frustrazioni del mondo neoliberista. Ma il problema è che il mindfulness è una spiritualità capitalista. La forma iper-commercializzata di questa pratica &#8211; le app, i workshop, i feed di auto-aiuto e i blog – la rende semplicemente un altro oppioide, che incoraggia a rivolgere la critica verso noi stessi, aiutandoci così a diventare capitalisti migliori.<br />Il “mindfulness” si è fatto largo con estrema facilità nel mercato globale sotto il grande ombrello dell&#8217; “industria del benessere&#8221;, che a livello mondiale si stima valga l&#8217;incredibile cifra di 4 trilioni di dollari. È stato accolto in maniera così favorevole dal mercato perché fa appello ad un ethos, un temperamento, altamente individualistico e imprenditoriale: si tratta di &#8220;me&#8221; e di auto-miglioramento. Cosa proporre di più accattivante in una fiorente cultura del narcisismo?<br />Ad affrontare questo tema e a porsi questi quesiti è lo scrittore e buddista accademico Ronald Purser, il cui libro <em>McMindfulness: how mindfulness became a new capitalist spirituality</em> è stato recentemente pubblicato da Repeater Books.<br />Purser definisce l’incapacità di vedere le contraddizioni insite in questa pratica come un tipo di miopia sociale poiché pone la responsabilità di essere &#8220;felici&#8221; all&#8217;interno dell&#8217;individuo stesso, piuttosto che tener conto di tutti gli aspetti sistemici e strutturali della società che causano malessere e che portano così tante persone ad affollare l&#8217;industria del benessere per trovare delle risposte.<br /><a href="https://www.15121.it/2019/11/21/benessere-spiritualita/giant-ronald-mcdonald/" rel="attachment wp-att-7493 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-7493 aligncenter" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/giant-ronald-mcdonald.jpg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="300" height="295" title="Industria del benessere e spiritualità in saldo 5 - Laboratorio Sociale Alessandria"></a>Purser arriva ad affermare che non solo il mindfulness sia stato risucchiato dal mercato, diluito e mercificato ma che ora stia di fatto supportando la dannosa ideologia del libero mercato. Ci sono più di 100.000 libri su Amazon con la parola &#8220;mindfulness&#8221; o qualcosa di simile nel titolo. Il movimento ha prodotto accessori per mindfulness, mindful running, cibo mindful, attendiamo l’hamburger Crispy McMindfull. <br />Il padre del mindfulness afferma che la nostra &#8220;intera società è affetta da disturbo dell&#8217;attenzione, la fonte dei problemi delle persone si trova nella loro testa&#8221;. Apparentemente quindi lo stress e la sofferenza sociale non sono il risultato di enormi disuguaglianze, pratiche commerciali nefaste o corruzione politica, ma di una crisi nella nostra testa, ciò che chiama una &#8220;malattia del pensiero&#8221;. <br />Se sei stremato da orari inumani di lavoro, stressato dalla precarietà o ansioso per le generazioni future a causa dei cambiamenti climatici, la diagnosi è che “devi essere capace di prestare attenzione e valorizzare il momento presente”. <br />In altre parole, il capitalismo stesso non è intrinsecamente problematico; piuttosto, il problema è l&#8217;incapacità degli individui di essere consapevoli e resilienti in un&#8217;economia precaria e incerta. Lo stress, ci viene detto dagli apologeti del mindfullnes, è un&#8217;influenza nociva che devasta le nostre menti e i nostri corpi, e spetta a noi come individui &#8220;essere consapevoli&#8221;. Il Mindfulness è la nuova immunizzazione, un vaccino mentale che presumibilmente può aiutarci a prosperare tra gli stress della vita moderna. È una proposta seducente che ci porta ad accettare il fatto che esiste un&#8217;epidemia di stress che è semplicemente inevitabile nell&#8217;età moderna. Pensiamo a quante volte alla domanda “Come stai?” Rispondiamo “Bene, solo un po’ stressata”. Il mindfulness, la psicologia positiva e l&#8217;industria della felicità condividono un nucleo comune in termini di depoliticizzazione dello stress.<br />Il risultato è che qualsiasi impulso per l&#8217;organizzazione e l&#8217;azione collettiva viene, così, disabilitato e la rivoluzione non avviene nelle strade bensì nella testa di individui atomizzati. <br />Come sottolinea Mark Fisher nel suo libro Capitalismo realista, la privatizzazione dello stress ha portato a una &#8220;quasi totale distruzione del concetto di pubblico&#8221;. <br />È un crudele ottimismo che incoraggia ad accontentarsi di una passività politica rassegnata, un modo di gestire, naturalizzare e resistere ai sistemi tossici, piuttosto che orientare il cambiamento personale verso un interrogatorio critico delle condizioni storiche, culturali e politiche che sono responsabili della sofferenza sociale.<br />Ma nulla di tutto ciò significa che il “mindfulness” dovrebbe essere vietato o che chiunque lo ritenga utile è un illuso.<br />Il “mindfulness” può svolgere un ruolo legittimo nel ridurre la sofferenza individuale e nel facilitare un&#8217;azione salutare, ma è necessario sapere che ha un impatto decisamente modesto sul resto del mondo e che non deve innalzarsi a rivoluzione anche solo per rispetto di chi in Cile sta lottando contro il liberismo ortodosso, in Siria contro il fascismo Turco, ad Hong Kong contro l’ingerenza di Pechino o come i giovani che nel mondo stanno rivendicando un cambio di sistema per poter mettere un freno al surriscaldamento globale e le sue tragiche conseguenze.<br />Sono la partecipazione e l’impegno collettivo a produrre consapevolezza e cambiamento, quindi si, meditiamo ma attiviamoci, torniamo a prenderci cura dello spazio che viviamo e quando necessario lottiamo per cambiarlo.</p>
<p>Autrice </p>
<p><b>Marta Sofia</b></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prigionieri dello spettacolo</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/prigionieri-spettacolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 17:10:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[La società dello spettacolo descritta da Debord è un intero ribaltamento di prospettiva nella vita di ognuno]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.15121.it/2019/10/17/cronache-riscatto/" target="_blank" rel="noopener">CRONACHE DI UN RISCATTO </a></p>
<p style="text-align: center;">Nel loro tempo sono stati istanti, porteremo quelle scintille come trascinate dal vento della storia ad accendere i fuochi delle rivoluzioni, gli istanti diventeranno eternità e vivranno della potenza della costruzione di nuove pagine</p>
<p>Alcuni eventi storici rappresentano una diga nella nostra memoria, separano la nostra vita collettiva in un prima rispetto a un dopo, si depositano come ricordi e osservati da lontano ci spiegano molto meglio il futuro che ci attende. Sono attimi spettacolari che, fissati nella mente, sovrastano qualsiasi altra memoria prossima a quel momento. Così è stato per chiunque ha assistito alla caduta delle Torri Gemelle o al rapimento di Aldo Moro: la prima sensazione è quella di esistere, di essere compresi in un tornante della storia che ha reso il dopo diverso dal prima. È infatti la consapevolezza di essere parte di un presente che si sta creando come nuovo che spinge le persone ad essere protagoniste dei cambiamenti; così successe in Italia nel 1967.<br />Due episodi segnarono un’Italia sbiadita dalla retorica del miracolo economico e sociale del dopoguerra: la morte per suicidio di Luigi Tenco a Sanremo e il caso del Piano Solo, dove si scoprì che nel 1964 alcune frange delle forze militari avrebbero tentato un colpo di Stato per frenare lo spostamento a sinistra del Paese. I due eventi catapultarono soprattutto i giovani in un presente da cui non ci si poteva sottrarre: il Piano Solo era la dimostrazione che il cambiamento non poteva essere delegato a delle istituzioni ancora conniventi con un passato mai sopito, mentre il gesto di Tenco rispecchiò il disincanto di una generazione disadattata al mito del futuro. Questi due episodi furono la preparazione dei moti del ‘68’, la prima rivolta verso il capitalismo democratico, inteso come quel sistema in cui la produzione basata sui consumi avrebbe prodotto crescita economica e democrazie stabili. Ma i rischi e i pericoli di una società plasmata su quel modello di vita erano già stati predetti dal filosofo francese Guy Debord ne “La società dello spettacolo”. Proprio nel 1967 il libro viene pubblicato nel disinteresse della classe intellettuale dell’epoca, disprezzato dai maggiori filosofi francesi e invece saccheggiato dai futuri partecipanti al Maggio francese del ‘68’. L’autore non fa nulla per farsi apprezzare, polemizza con Sartre e Heidegger, non partecipa a dibattiti e presentazioni e nella sua intera vita non si fa intervistare, ancora oggi le foto che lo ritraggono si possono contare sulle dita di una mano. La sua scrittura segue perfettamente il suo carattere: il volumetto si compone di 221 tesi esposte tramite uno stile aforistico, in cui il lettore sente il peso di ogni singola parola e come un giocatore di puzzle deve comporre il significato pezzo per pezzo per arrivare al senso della tesi finale. L’opera spazia su molti temi, dal senso della Storia, al concetto di modernità fino a un’analisi economica della società, in cui ognuno di questi temi è leggibile solo attraverso la dimensione dello spettacolo, che fa ingresso nella filosofia per la prima volta proprio con Debord. <br /><a href="https://www.15121.it/2019/11/21/prigionieri-spettacolo/debord/" rel="attachment wp-att-7485 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7485" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/debord-768x1024.jpeg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="400" height="533" title="Prigionieri dello spettacolo 6 - Laboratorio Sociale Alessandria"></a>Già dalla tesi numero 1 Debord con una certa spavalderia, lancia la provocazione che suona come una sirena d’allarme per tutti gli intellettuali dell’epoca: “Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. In Italia come in Francia quelli sono gli anni della grande produzione e dello sviluppo industriale, è una produzione che in realtà rispecchia i bisogni di una società in espansione e in ristrutturazione: gli elettrodomestici trasformano le case, i mezzi di trasporto cambiano le città e la pubblicità si rivolge alle nuove masse. Ma la produzione è come un fiume in piena e la merce – l’oggetto dei consumi – diventa grazie alla pubblicità e ai desideri che essa instilla nelle persone non una realtà di cui si ha bisogno, ma un’immagine, e quindi un simbolo, che non ha un valore d’uso ma soltanto un valore d’apparenza. La merce, secondo Debord, non viene consumata né scambiata ma la merce esiste per la sua capacità simbolica. L’individuo quindi non si avvicina alla merce per possederla ma per goderne dell’immagine. Debord riesce dove molti pubblicitari dell’epoca fallirono: capire la simbologia degli oggetti per scindere la realtà dalla sua immagine e riprodurre solo quest’ultima. <br />Ma Debord non si ferma a interpretare i rapporti di produzione attraverso la lente della forza delle immagini, ma l’intera società che si sviluppa attraverso un capitalismo che produce emozioni, ove appunto si vendono rappresentazioni, immagini, simboli grazie alla pubblicità che funziona da design emotivo del consumo. Questo meccanismo porta l’uomo ad ottenere prestigio attraverso le rappresentazioni di sé e della sua merce (pensiamo agli &#8220;influencer&#8221;), così facendo egli produce l’immagine di sé stesso, una sua proiezione simbolica. Il passo ulteriore di quest’interpretazione della vita è nel cambiamento di paradigma sull’origine del senso filosofico: non è più tra essere e avere che si interroga l’individuo, ma tra essere o apparire. Nel momento in cui la vita si trasforma in apparenza dell’esistenza, quell’apparenza che è rappresentazione è in realtà una proiezione della mia esistenza che non è reale. Il partecipare ad esistere non è nella misura fisica delle mie azioni ma nella misura spettacolare delle mie immagini. Le gallerie fotografiche dei nostri profili social o i video di Instagram testimoniano questo progressiva assenza della vita fisica per riempire una vita apparente. La società dello spettacolo descritta da Debord non è meramente la vittoria delle immagini sui veri significati delle cose, ma è un intero ribaltamento di prospettiva nella vita di ognuno: lo spettacolo è un nuovo rapporto sociale in cui le nostre interazioni sono mediate da rappresentazioni. Lo spettacolo è la coscienza del nostro tempo, è la modalità con cui ci rapportiamo agli altri, è il parametro su cui ci giudichiamo e ci confrontiamo. Lo spettacolo è quindi una produzione circolare di convinzioni e non di beni: se indosso un determinato paio di jeans sarò identificabile in un certo modo, se acquisto una determinata automobile avrò una determinata considerazione, con questi mezzi psicologici lo spettacolo rafforza i nostri convincimenti. In realtà ci separa dagli altri facendoci sentire parte di un mondo che esiste solo attraverso delle nostre rappresentazioni fasulle. <br />Le intuizioni di Debord furono molto precoci rispetto al futuro sviluppo dei media e delle realtà virtuali, egli riuscì a costruire le sue teorie osservando la società degli anni ‘60’, ma i suoi studi si rivelano ancora più attuali nell’era dei social network. La società dello spettacolo, afferma Debord, separa l’uomo dalla vita vissuta facendogli credere di essere al centro della sua rappresentazione. Così egli si identificherà non attraverso i suoi pensieri o i suoi interessi, ma attraverso la proiezione che hanno gli altri di sé, convinto di essere al centro dello spettacolo. L’uomo crede così di essere protagonista di uno spettacolo, come tramite Facebook o Instagram, ma in realtà è egli stesso lo spettacolo, in cui in una vetrina virtuale crea eventi, sponsorizza stili di vita e narra la propria esistenza rappresentata.<br />Attraverso le vetrine virtuali mi propongo in un’immagine, quindi mi specchio attraverso un mezzo che mi riproduce: da soggetto fisico mi comporto in un oggetto. La convinzione di essere protagonisti nella realtà, quando invece siamo produttori di immagini sui social network, provoca quella che Debord chiama vita separata, in cui diventati degli oggetti di illusione contempliamo ciò che vorremmo essere e trasformiamo il nostro tempo in una narrazione della nostra esistenza passiva, proprio perché solo rappresentata. Più la realtà si trasforma in immagini più l’uomo contempla e non agisce, così siamo tutti pronti a modificare le nostre foto del profilo per una giusta causa ma non siamo pronti a far nulla di concreto nella vita disconnessa. La società spettacolare, preconizzò Debord, è la società dell’insoddisfazione, ove pensiamo di essere appagati dal nostro protagonismo virtuale, ma in realtà siamo gli oggetti di una “sopravvivenza aumentata”, in cui esistiamo perché siamo nelle immagini di qualcun altro e non perché siamo. E’ la potenza di un’immagine che appaga la nostra giornata e ci induce a non agire, per poter continuare a contemplare altre immagini, proprio come i movimenti delle dita sulle schermate dei nostri telefoni e i nostri capi protesi all’osservazione del mondo virtuale.<br />L’eredità culturale di Guy Debord nonostante abbia scritto una sola opera è immensa, ma ancora più significativo è il suo messaggio esistenziale, di non voler partecipare a questo declino delle vere emozioni e voler continuare ad esistere senza rappresentazioni. Guy Debord così come Luigi Tenco si sentiva un disadattato e il futuro, sempre più simile alle sue tesi filosofiche, lo portarono prima ad allontanarsi da Parigi e poi a decidere di porre fine alla sua vita all’età di sessantadue anni. Scriverà su un biglietto di essere partito senza lasciare l’indirizzo, come a dire che per quanto leggiamo la sua opera non potremmo mai capirlo. E con la consapevolezza di aver ragione, non ha voluto che lo spettacolo si appropriasse della sua vita e prima del tempo ha avvisato anche noi.</p>
<p>Autore </p>
<p><b>Andrea Sofia</b></p>
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		<title>“Il calcio è popolare per indole”</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/calcio-popolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 17:10:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Davide Ravan di mestiere fa il libraio ma è anche un grande appassionato di calcio...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.15121.it/category/parole-carta/" target="_blank" rel="noopener">PAROLE DI CARTA</a></p>
<p style="text-align: center;">Storie di libraie e librai, editrici ed editori, scrittrici e scrittori (indipendenti, s’intende!)</p>
<p>Davide di mestiere fa il libraio. E lo fa con coraggio, gestendo <a href="https://www.15121.it/2019/02/21/aut/" target="_blank" rel="noopener">la libreria indipendente AUT</a> che, dopo diversi anni a Torino, si è da poco trasferita a Gavi, il suo paese. Ma è anche un grande appassionato di calcio, e proprio al calcio ha dedicato due libri. “George Weah: Run African Star” e, appena pubblicato, “Il calcio è del popolo. Geografia del calcio popolare in Italia”. Questa chiacchierata con lui è appunto dedicata al calcio popolare.</p>
<p><strong>In generale curve e tifo organizzato sono realtà di cui i media si occupano spesso. Ma delle quali poi, di fatto, si sa poco. Se ne parla, infatti, quasi solo in occasione di episodi di cronaca e in un modo che tende a darne un&#8217;immagine stereotipata e generalmente negativa. Tu come lo spieghi?</strong><br />Di curve e tifo organizzato si parla poco, è vero. Ma non sono così sicuro che ciò sia un male, visto che quando appaiono articoli sulla stampa (o servizi nei telegiornali) normalmente questi sono pieni di errori e pressapochismo. Intendiamoci: parlare delle curve, senza farne parte, non è facile. Infatti, questo è un mondo chiuso in sé stesso e che fugge dalle interviste facili (o almeno è così nella maggior parte dei casi), perciò per i cronisti, riuscire a delineare un quadro preciso è praticamente impossibile. Poco o nessun risalto viene dato alle iniziative benefiche promosse dalle curve, mentre tanto, troppo, risalto viene dato a ogni errore che le stesse commettono. Per questo motivo l’immagine che passa è quella dell’ultras becero, non istruito, violento e alcolizzato (che pure esistono, ovviamente) e questo quadro, naturalmente aggiungo io, va a spaventare l’italiano medio, che continua a percepire il frequentatore di stadi come l’Uomo nero di cui avere paura. Il perfetto Folksdevil di cui la nostra società ha bisogno per richiedere maggiore sicurezza, negli stadi come nelle strade. Ma a chi frequenta le curve intendendole come luogo d’aggregazione e laboratorio politico (intendo la politica spiccia, quella dal basso che si può fare senza nessun simbolo o bandiera) tutto ciò interessa poco: sa benissimo di non essere come viene rappresentato e ciò gli basta.</p>
<p><strong><a href="https://www.15121.it/2019/11/21/calcio-popolare/centro_storico5/" rel="attachment wp-att-7506 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-7506 aligncenter" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico5.jpg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="960" height="560" title="“Il calcio è popolare per indole” 7 - Laboratorio Sociale Alessandria" srcset="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico5.jpg 960w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico5-300x175.jpg 300w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico5-768x448.jpg 768w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico5-480x280.jpg 480w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a>Più nello specifico, nel tuo libro ti occupi di &#8220;calcio popolare&#8221;. Perchè, come scrivi, si tratta di uno sport che &#8220;è popolare per indole&#8221;. Ma dici poi anche che &#8220;definire il fenomeno del calcio popolare è impossibile&#8221;. Puoi però provare a spiegare a chi non conosce questo fenomeno qual è l&#8217;idea di &#8220;calcio popolare&#8221; che è il filo conduttore della tua ricerca?</strong><br />Definire il “calcio popolare” è impossibile semplicemente perché ogni realtà porta avanti le proprie battaglie. Ci sono, come è ovvio che sia, dei punti di contatto tra tutte le realtà che si rifanno al concetto “popolare”, tipo l’antirazzismo, l’azionariato popolare, la riqualificazione del territorio nel quale si va ad agire e così via, ma a oggi ancora non esiste un manifesto comune e quindi ci si muove in ordine sparso, in base alle peculiarità del territorio (che può essere una grande città, un quartiere o un paese) e ai punti guida che l’assemblea delle varie squadre si sono imposte.</p>
<p><strong>Nella prefazione spieghi bene la dimensione &#8220;politica&#8221; di questa realtà ricordando come, dopo aver lasciato a lungo le curve nelle mani della destra più estrema, &#8220;anche i compagni si sono finalmente convinti che il calcio non è un universo da non frequentare per nessun motivo&#8221;. Ci racconti in breve come nel tempo si è concretizzata ed evoluta la diversa presenza politica nelle curve?</strong><br />La politica è sempre stata presente nelle curve sin dalla nascita dei primi gruppi organizzati. Inizialmente, essendo un movimento di protesta giovanile che nasceva dal basso, molte curve guardavano a sinistra, o quantomeno si rifacevano a quegli ideali tanto cari alla sinistra. Peccato però che, fin dagli anni ’70, il PCI abbia fatto capire di non volere avere nulla a che fare con quei “teppisti” che popolavano i gradoni popolari, lasciando così una prateria sterminata all’estrema destra. Quello delle curve è un mondo anche involontariamente machista e nel quale il contatto fisico (non solo gli scontri) la fanno da padrone, ed ecco dunque che un mondo del genere lasciato completamente libero, non può che finire per rivolgersi alla destra più becera, che del machismo, della forza fisica e del becerume ne ha fatto un marchio di fabbrica. A causa di queste ragioni (e non solo, penso all’abbandono delle periferie da parte della sinistra) curve storicamente composte da gruppi di sinistra -penso, tra le altre, alla Roma- si sono ritrovate completamente rivestite di nero e molte curve, ancora oggi, vanno a braccetto con le formazioni d’estrema destra come Forza Nuova e Casapound. Solo negli ultimi anni la sinistra sembra aver riscoperto questo mondo, ma per riprendersi le curve ormai è tardi, meglio provare a proporre un’idea di calcio diversa e che parta dal basso.</p>
<p><strong>&#8220;Il calcio è del popolo&#8221; racconta, attraverso una serie di interviste suddivise per regione, le esperienze di numerose squadre e tifoserie. Una sorta di giro d&#8217;Italia che ti ha portato a contatto con moltissime realtà diverse. A posteriori, approfondire la conoscenza di questo mondo ti ha dato solo conferme o hai scoperto anche aspetti nuovi e diversi da quelli che ti aspettavi?</strong><br />Sono state tantissime le cose che ho scoperto intervistando le tante ragazze e i tanti ragazzi che sono raccontati nel libro e ogni volta che iniziavo un’intervista scoprivo qualcosa di nuovo che andava ad ampliare le mie conoscenze. Penso davvero che quello del calcio popolare sia un tesoro per questo Paese, che è malato si, ma non in fase terminale come pensavo prima di iniziare questo lavoro.</p>
<p><strong>Sempre rimanendo a questo tuo imponente lavoro di mappatura, fra le molte realtà incontrate ce n&#8217;è stata qualcuna che ti ha colpito particolarmente?</strong><br />Ce ne sono state diverse, proprio perché, come dicevo prima, ognuna ha le sue peculiarità e porta avanti le sue battaglie. Non riesco a dirti quali tra, solo per citarne alcune, Ardita due Mari, Spartak Lecce, San Precario, Brigata Dax, Centro Storico Lebowski mi abbia colpito maggiormente, quello che posso dire è che ciascuna delle realtà intervistate mi ha fatto scoprire cose importanti che mi hanno arricchito moltissimo</p>
<p><strong>In diversi passaggi sottolinei come il fenomeno del calcio popolare negli ultimi anni in Italia si sia progressivamente ampliato. All&#8217;estero, in alcuni casi, è presente anche nelle serie maggiori (penso ad esempio al F.C. St. Pauli in Germania). Credi che in futuro questo sia ipotizzabile anche in Italia?</strong><br />Negli ultimi anni in Italia le squadre di calcio popolare si sono moltiplicate e tutto fa pensare che questo trend non si fermerà ancora per diverso tempo. Si parla di categorie basse, è vero, ma è proprio partendo dal basso che le cose possono essere cambiate. Al fondo del libro vi è un’appendice dedicata ad altri tre Paesi europei (Inghilterra, Romania e Germania), realizzata grazie al preziosissimo aiuto di Nicolò Rondinelli, Damiano Benzoni e Gianni Galleri, che serve proprio per spiegare al lettore che non solo in Italia esiste questo fenomeno. Ci sono Paesi in cui si è più avanti (penso alla Germania, dove però si è più avanti proprio per statuto, visto che le società devono essere al 50% di proprietà dei tifosi) e altri in cui si è più indietro o semplicemente dove l’azionariato popolare è nato per necessità (penso alla Romania). Ma penso che in Italia si stia lavorando molto bene e che non ci sia nulla da invidiare agli altri Paesi. La prova del nove avverrà quando, e speriamo a breve, le prime realtà popolari si affacceranno nel calcio professionistico: la FIGC sarà pronta per questa rivoluzione o metterà il bastone fra le ruote di queste squadre?</p>
<p>.<a href="https://www.15121.it/2019/11/21/calcio-popolare/centro_storico_1/" rel="attachment wp-att-7504 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-7504" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico_1.jpg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="960" height="560" title="“Il calcio è popolare per indole” 8 - Laboratorio Sociale Alessandria" srcset="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico_1.jpg 960w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico_1-300x175.jpg 300w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico_1-768x448.jpg 768w, https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/centro_storico_1-480x280.jpg 480w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>Autore </p>
<p><b>Fabio Bertino</b></p>
<p>ph. <a href="https://www.facebook.com/cslebowski/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Centro Storico Lebowski &#8211; Pagina Facebook</a></p>
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		<title>388</title>
		<link>https://www.labsociale.it/15121/dz-388/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laboratorio Sociale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 17:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[15121]]></category>
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					<description><![CDATA[Avventure trenodimensionali per autostoppisti e gli altri contenuti a cura di !DZ! ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Avventure trenodimensionali per giovani autostoppisti e altri contenuti<br />a cura di : !DORMOZERO!</p>
<p> </p>
<p><a href="https://www.15121.it/2019/11/21/dz-388/cz388/" rel="attachment wp-att-7500 noopener" target="_blank"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-7500 aligncenter" src="https://www.labsociale.it/wp-content/uploads/2019/11/cz388-361x1024.jpg" alt="Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria" width="361" height="1024" title="388 9 - Laboratorio Sociale Alessandria"></a></p>
<p>Stanotte siamo andati ad un locale, una serata pazzesca. La musica era assurda e noi eravamo già ubriachi prima di entrare. Abbiamo fatto preserata a casa mia, cenando tutti insieme con un piatto di pasta e un numero infinito di birre pacco comprate al discount. La vita quando sei insieme sembra meno dura e per un attimo non sento quel sapore di ferro in bocca che mi sveglia ogni mattina.<br />Usciamo a mezzanotte per non disturbare i vicini che mi hanno già segnalato al palazzo, reclamando per il chiasso. Lei mi stringe la mano scendendo le scale e mi sussurra nell&#8217;orecchio di non preoccuparmi per i soldi che il biglietto me lo paga lei stasera.<br />Esco con venti euro, il massimo che posso spendere&#8230; e manco bastano per le siga. Sul conto mi sono rimasti cento euro e tra due settimane devo pagare l&#8217;affitto, non so come fare ma che importa stasera balliamo e non ci pensiamo. La bacio e i suoi occhi riflettono i miei, è bella anche coi suoi pensieri, coi suoi problemi che assomigliano ai miei. Per le strade fredde della città pascolano mandrie di giovani spensierati alla ricerca di un po&#8217; di divertimento.<br />Al buio i segni degli scontri sui muri non si vedono ma non posso fare a meno di pensare alle manifestazioni che in questi giorni stanno scombussolando la città, alle cariche della polizia e alle bugie dell&#8217;informazione pubblica che continuano a minimizzare la portata delle nostre azioni.<br />Mi fermo a guardare una chiazza per terra, sembra olio secco ma è sangue.<br />Lei mi raggiunge, ride e mi raccoglie dai miei pensieri. La bacio e per qualche secondo le endorfine sprigionate mi investono e offuscano le miei riflessioni sul mondo.<br />Ma è solo un attimo e girato l &#8216;angolo torna quel peso sul petto, quell&#8217;ansia a cui non riesco a dare un nome, quella sensazione di fuori luogo perenne. Sarei dovuto rimanere a casa, forse era meglio risparmiarli quei venti sacchi.<br />Ci fermiamo in un pub, prendiamo due vodka sauer, un pacchetto di sigarette. Pago io, voglio fare l&#8217;uomo della situazione ma non ci arrivo, e lei mi allunga due euro per chiudere il conto. Il suo sorriso mi spezza l&#8217;anima e riesco a malapena a camuffare le mie sensazioni. Vorrei non dover essere costretto a farmi queste paranoie, a sentirmi sempre sull&#8217;orlo del precipizio, pensare di poter scegliere una cosa per l&#8217;altra perché manca il tempo o il denaro. Non è giusto.<br />Sono il futuro di questo mondo ma a nessuno sembra importare più di tanto, nonostante il mio impegno sia costante. Non sono l&#8217;unico, come me centinaia di studenti vivono una vita analoga. Non ci sono fondi dicono, eppure i ricchi son sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il divario sociale si allarga esponenzialmente nell&#8217;indifferenza delle istituzioni che affrontano i problemi come farebbe un consiglio di amministrazione di una qualunque multinazionale&#8230; tagli, ridimensionamenti, precarietà, dislocazione. Siamo tutti sostituibili per questa economia nessuno è fondamentale, nemmeno l&#8217;ambiente stesso che continuiamo a inquinare per permettere a un terzo del mondo di vivere al di sopra delle proprie possibilità, a discapito degli altri due terzi che affamiamo.<br />Il Dj mette una traccia techno Detroit che conosco. Mi infilo una pasticca in bocca e mi concentro per escludere ogni pensiero, non ha senso farsi certe pare stasera. La stringo a me, la pastiglia comincia a salire e sento finalmente quella sensazione di benessere che tanto anelavo.<br />Il suo copro si struscia sul mio a tempo di musica, mi viene un’erezione e le sussurro parole dolci mentre tutto intorno a noi la pista da ballo brucia, la bacio di nuovo.<br />Accendo una sigaretta sotto la pioggia e la fumo a pieni polmoni. Aspiro e butto fuori il fumo, come se stessi cercando di far uscire tutta l&#8217;anima, una boccata alla volta. Intorno a me altri volti ripetono lo stesso gesto, sembrano felici ma nelle loro parole posso sentire l&#8217;incertezza e la paura per il domani. Mi fermo a discutere con due sconosciuti che mi chiedono l&#8217;accendino, ci scambiamo qualche testimonianza sulla manifestazione e cerchiamo di trovare soluzioni estemporanee a problemi analoghi mentre la botta dell&#8217;alcool ci rende più stronzi, disquisiamo sul nulla.<br />La luce nel locale si accende, la serata è finita e ci costringe a tornare verso le nostre vite quotidiane, come se questi “due minuti d&#8217;odio” possano rimpiazzare ventiquattro ore di ansia e precarietà.<br />Salutiamo gli amici e ci dirigiamo verso casa. Saliamo le scale inciampando, ridendo e baciandoci. Infilo le chiavi nella porta, ci denudiamo e facciamo l&#8217;amore come se fosse l&#8217;ultima volta. Lei si addormenta, io seduto sul letto la guardo e fumo l’ultima siga. L&#8217;alba si insinua tra gli spiragli delle persiane, è giovedì e io tra poco ho lezione. Mi lavo, preparo il caffè e lo sorseggio senza pretese. Apro facebook e faccio un ultimo post. Prima di uscire mi avvicino al letto la bacio e le dico:</p>
<p>“Ti amo, amore mio”.</p>
<p>“Ti amo, Anas” risponde lei.</p>
<p><em>“Certi giorni sono tristi, meglio stare zitti oscillo tra i palazzi un po&#8217; come gli equilibristi&#8230;”</em> ripeto in loop le parole di questa canzone mentre penso a quello che sto per fare. Non ho paura, non ho rimorsi, ma solo il rimpianto di dover arrivare a tale sacrificio perché il mondo ci ascolti.<br />Il ristorante di via March Bloch è pieno&#8230; incendiamo l&#8217;opinione pubblica e vediamo cosa succede.</p>
<p>Lione 12 novembre 2019.</p>
<p> </p>
<p><em>388€&#8230; è il valore che è stato dato a uno studente, al suo diritto allo studio, al suo bisogno di istruzione. Al suo futuro, che siete riusciti a incendiare anche stavolta.</em><br /><em>Mentre tutto intorno affonda e scioglie, il mio cuore grida e si ferma qualche secondo pensando a questa tragedia.</em><br /><em>La pelle d&#8217;oca mi assale&#8230;conosco bene i pensieri di quel giovane studente, le angosce, i desideri. Erano gli stessi che mi attraversavano quando iniziai il mio percorso accademico privato della borsa di studio (meritatamente vinta) a causa dei fondi miserabili di questo Ministero dell&#8217;Ostruzione e di una qualche Giunta Regionale.</em><br /><em>Le sue parole riecheggiano, come un post che riceve troppi like:</em><br /><em>“Combattiamo contro l’ascesa del fascismo, che non fa altro che dividerci … e il liberalismo che crea disuguaglianze”.</em><br /><strong>RESISTI COMPAGNO ANAS K.</strong></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Autore</p>
<p><b>!DZ!</b></p>
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