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Nessuno cancellerà questo sangue. Riflessioni sulla lotta al Testet e sulla morte di Rémi Fraisse

Nella foto - Laboratorio Sociale Alessandria

Questi 3 capitoli sono il risultato di una scrittura collettiva che aspira a fare il punto dopo due settimane di mobilitazioni intense vissute da un gruppo di italiani attivi nella realtà parigina.

Capitolo 1 – La diga del Testet, un’opera inutile e una ZAD per la difesa del territorio 

Il progetto del Testet, consiste nella costruzione di una diga sul fiume Tescou, nel comune di Lisle-sur-Tarn nella  provincia del Tarn, a 50 chilometri a nord-est di Tolosa. Questo progetto è previsto in un’area naturale d’interesse ecologico, faunistico e floreale che viene inserita nella classificazione delle zone umide di interesse nazionale. La superficie è per il 70% boschiva e costituisce un enorme bacino di biodiversità: questa zona ospita 94 specie animali protette e 353 tipi di  piante. Per questo, è la zona umida più importante nella regione del Tarn dal punto di vista della biodiversità.

Il progetto, presentato come d’interesse generale, prevede di compensare la distruzione dell’ultima zona umida della regione con la creazione di altre 9 piccole zone umide, una proposta ridicola secondo alcuni esperti. Sul corso del fiume Tescou esistono attualmente 185 piccoli bacini d’acqua che equivalgono a circa 1/3 della capacità del fiume e che vengono usati da piccoli proprietari per irrigare i propri campi. La diga invece potrà  trattenere fino a 1,5 milioni di m3 di acqua. Le dimensioni approssimative della diga sono: 1,5km di lunghezza e 230m di larghezza ed occuperà una superficie totale di circa 48ha. Il 70% dell’acqua raccolta servirà per l’irrigazione di campi coltivati secondo il modello dell’agricoltura intensiva (monocultura) e il restante 30% allo smaltimento di inquinanti. Il progetto di questa diga infatti prevede la fornitura di acqua per l’irrigazione di circa 309ha di terre coltivate a mais. Come ben sappiamo, l’agricoltura intensiva prevede non solo un largo uso di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici molto inquinanti per l’ambiente e nocivi sui prodotti alimentari finiti, ma anche lo sfruttamento di enormi quantità d’acqua. Questo modello, è difeso dalla FNSEA, che è il sindacato più potente degli agricoltori e la principale lobby in Francia dal dopo guerra per lo sviluppo dell’agricoltura industriale. I sostenitori del FNSEA sulla zona promuovono il progetto della diga, fra essi anche milizie organizzate.

Il progetto risale a 40 anni fa ed è sostenuto dal Consiglio Generale della provincia del Tarn, al cui vertice presiede il socialista Tierry Carcenac che mantiene la presidenza in modo alterno dal 1979. La gara d’appalto per la realizzazione dei lavori è vinta dalla Compagnie d’Aménagement des Coteaux de Gascogne (CACG). Il contratto ottenuto dalla CACG prevede anche la redazione e la consegna del rapporto di pubblica utilità, il che costitusce conflitto di interessi.  La CACG ha quindi ottenuto un contratto ben appetibile dal momento che essa stessa detiene il monopolio degli studi che giustificano l’utilità e i costi del progetto e che sono interamente a carico dello Stato, per un totale di 8 milioni e 400 mila euro. La volontà della CACG è quella di accelerare l’avanzamento dei lavori che permetteranno di ottenere un finanziamento dall’Unione Europea.

Le associazioni schierate contro la costruzione della diga denunciano la mancanza di volontà da parte della CACG di partecipare ad un dibattito pubblico, né con le associazioni ambientaliste, né con ulteriori esperti. Emergono inoltre sospetti su eventuali collusioni politiche tra il Partito Socialista (PS)  e la CACG e sull’attendibilità dei dati degli studi fin’ora svolti. Questi sospetti vengono indirettamente confermati dalla pubblicazione, lunedì 27 ottobre  2014, di un rapporto redatto da una commissione di Stato convocata da  Ségolène Royale, attuale Ministro dell’Ambiente.

E’ in questo contesto che nel 2011 nasce il « Collettivo per la  salvaguardia della zona umida del Testet« , un collettivo di stampo  ambientalista che ha fornito un enorme lavoro di contro-inchiesta  tecnica e di lotta sul piano giuridico-legale. Le loro principali azioni sono state: sciopero della fame, sollecitazioni delle autorità pubbliche con petizioni o presidi, catene umane e manifestazioni. Nel 2013, nasce anche il collettivo « Tant qu’il y aura des bouilles, il n’y  aura pas de barrage »  – « Finchè ci saranno  delle facce, non ci sarà la diga » -. Il nome gioca sul doppio senso di « bouilles » che in francese occitano significa terreni umidi che non hanno un valore finanziario e in francese moderno significa facce. Questo collettivo è fortemente ispirato dalle esperienze di lotta di Notre Dame des Landes che di concerto con il Camp Action Climat del 2009 erano riuscite a mobilitare migliaia di  persone per occupare il  sito destinato alla costruzione dell’aereoporto. Il collettivo Tant qu’il y a aura des bouilles ha quindi dichiarato la zona di cantiere una ZAD (una Zona Da  Difendere) ed ha cercato di occuparla costruendo capanne nei boschi, occupando vecchie fattorie dismesse e installando accampamenti. Tutto ciò nell’obiettivo di moltiplicare la presenza di persone sul sito e quindi di opporsi massivamente alla distruzione della zona.

Capitolo 2 – Dalla resistenza alla morte di Rémi : circostanze di un omicidio ancora senza colpevoli

Un clima di guerra a bassa intensità

Quella della Zad del Testet è una lotta che va avanti da due anni ma che da inizio settembre ha vissuto una svolta, subendo una repressione crescente e sempre più violenta. Gli occupanti della Zad hanno subito quasi tutti i giorni aggressioni e violenze fisiche da parte della polizia.

L’8 settembre, per bloccare i macchinari del cantiere, alcuni militanti hanno deciso di scavare dei solchi sulla strada e immergercisi fino al collo, riuscendo in effetti a rallentare l’arrivo dei materiali. Ma giusto il tempo che le telecamere delle tv se ne andassero che sono partite violente le cariche della Gendarmerie, anche con gas lacrimogeni, per tutti i manifestanti, sotterrati o meno.

Il 7 ottobre durante lo sgombero di un accampamento sulla Zad la Gendarmerie lancia una granata di dispersione dentro il camper in cui si erano barricati alcuni militanti (video). Per poi bruciare le capanne e gli effetti personali di chi si era installato lì (video).

I feriti da settembre sono quindi numerosi. E per altro gli occupanti della Zad devono anche rispondere alle aggressioni di milizie pro-diga.

La Gendarmie è quindi intenta da settembre a costruire un clima di repressione e paura per impedire lo sviluppo della lotta, tanto da  dedicare alla stessa uno speciale plotone denominato PSIG (Plotone di  sorveglianza e d’intervento della Gendarmeria di Gaillac). Un aspetto che porta a chiedersi quanto davvero si possa parlare di fatalità in relazione alla morte Remi Fraisse e quanto di tragedia annunciata.

Malgrado questo tentativo però la lotta va avanti, occupando terreni sulla Zad e facendo anche altri tipi di azioni: l’occupazione del Consiglio generale della provincia per dieci giorni, ma anche l’incatenamento di persone davanti l’agenzia delle imposte a Albi, sciopero della fame di 51 e 65 giorni da parte di « over-50″.

L’appello del 25 ottobre

Di fronte a questo clima di perenne urgenza, i collettivi cercano di reagire con l’idea di organizzare un evento di massa e visibile. Un appello nazionale per il 25 ottobre è quindi lanciato sulla Zad del Testet per un presidio seguito da una settimana di mobilitazione. Lo slogan che circola tra le diverse reti militanti per diffondere l’appello a raggiungere la Zad del Testet è « Le 25 j’y serai! Enracinons la  résistence au Testet – Il 25 ci sarò, radichiamo la resistenza al Testet ». Il programma del week end disponibile sul sito del collettivo  « Tant qu’il y aura des bouilles-il n’y aura pas de barrage » propone concerti, spettacoli teatrali per grandi e per piccoli, dibattiti riguardanti la questione agroindustriale e la permacultura, il nucleare  e i grandi progetti inutili, ma anche ateliers di vario genere: yoga,  escursioni naturalistiche, passeggiate nel bosco.

Il presidio indetto era annunciato come pacifico, con la conferma anche da parte della Prefettura che aveva annunciato l’assenza di forze dell’ordine per il weekend del 25 e 26 ottobre. Il collettivo per la lotta contro la diga pubblicherà infatti sul sito: « La prefettura del Tarn si piega all’evento: il prefetto si impegna – oralmente – affinché  nessun « gendarme » sia presente sulla zona durante il weekend. Questo presidio sarà senza rischio di violenza né subirà repressione. E il numero e la determinazione che mostreremo saranno la nostra forza e ci porteranno alla vittoria. Venite numerosi e numerose con il buon umore! »

Ma sin dalla sera di venerdì 24 inizia a mostrarsi chiara la trappola: sul sito vengono lasciati un prefabbricato e un generatore, incendiati la sera stessa, utilizzati poi come pretesto dalle forze dell’ordine  per dare il via ai violenti scontri che si perseguiranno durante tutta la notte del sabato 25 ottobre. Per quale motivo lasciare sulla zona due elementi del cantiere non costosi e incustoditi ? L’ipotesi per la quale tale scelta rientri in una tattica di legittimazione dell’intervento (violento) della gendarmeria, non lascia molto spazio al dubbio.

E’ in queste circostanze che Rémi Fraisse muore.
Cosa sia successo quella notte esattamente è difficile da ricostruire, le  testimonianze di militanti presenti durante gli scontri sono rare.
L’unica certezza è che Rémi muore a seguito dell’esplosione di una granata offensiva lanciata dalle forze dell’ordine che l’ha colpito alla schiena.

I discorsi del potere

L’episodio della morte di Rémi Fraisse mette in atto un dispositivo in cui giornalisti, politici ed esperti si esprimono per inquadrare la realtà, “fare giustizia”.

Tuttavia, la morte di un individuo, crimine che pesa sulle spalle di un’istituzione, è fin da subito mistificato attraverso non soltanto il trattamento mediatico del “dramma” ma tramite l’articolazione di informazioni che diventano “regimi discorsivi”. Con questo termine s’identificano i vari argomenti che funzionano come strutture di potere e di organizzazione della realtà. Si assiste alla creazione di un linguaggio, che anima il dibattito politico, in cui vengono definite e riempite di senso categorie come la violenza, il reato, il legale o l’illegale.

Il campo discorsivo giudiziario, quello dell’indagine della polizia (che si trova a indagare su se stessa), le perizie medico-legali e tutto il lavoro mediatico s’intrecciano come microstrutture di disciplina e di ordinamento. Non si  tratta solo di criticare i media mainstream ma piuttosto di prendere  atto di come il reale in cui viviamo diventi una costruzione delle  istituzioni che lo amministrano e la morte di Rémi Fraisse il centro di un conflitto di poteri.

Un morto in manifestazione in un periodo di crisi, sotto un governo di sinistra debole attaccato da tutte le parti e già criticato di essere troppo di destra è una bomba sociale ed è chiaro a tutti. Infatti, da domenica 26 ottobre, autorità politiche e media seguono queste tre fasi : primo, cercare di nascondere l’accaduto, poi cercare di criminalizzare la vittima, e infine davanti all’evidenza dell’omicidio di polizia cercare comunque di farlo passare per tragica fatalità.

Una morta nascosta

Le prime informazioni che circolano sulla stampa nazionale relative alla morte di  Rémi parlano di un « corpo »  ritrovato sul sito del tanto contestato progetto, una scelta di comunicazione della prefettura significativa, che per continuare a creare confusione si è poi chiusa in un muto silenzio fino ai risultati dell’autopsia. Non si riesce a stabilire se il decesso sia avvenuto durante gli scontri con le forze  dell’ordine o in un altro momento. Se è stato ucciso dalla polizia o se sia morto per tutt’altra ragione, anche l’ipotesi dell’overdose è accennata. Il tempo sembra essersi dilatato e gli orologi aver smesso di funzionare. Le prime informazioni sul decesso  di Rémi sono pertanto piuttosto confuse e  vaghe, « prudenti » potremmo  dire, nel mettere sotto accusa l’istituzione che negli stati  democratici contemporanei è incaricata di mantenere l’ordine.

Il tentativo (fallito) di costruire la figura del violento

Sarà l’autopsia del giorno seguente a dire che Rémi è morto di un’esplosione alla schiena, dunque per via degli scontri. Si scatena allora il processo di colpevolizzazione della vittima stessa, che non può che essere responsabile della propria morte. Secondo il procuratore è incomprensibile come « un’arma che non è destinata ad uccidere abbia potuto causare la morte del giovane ». Il procuratore parla in termini di ipotesi e si avanza anche la possibilità  che la morte sia stata provocata dalla combinazione di  una granata con un altro elemento come un fumogeno, una cartuccia di  gas o un aerosol (Le Monde,  « Mort de Rémi Fraisse: le sac à dos , pièce clé, reste introuvable »).  Si fanno ipotesi quindi sul contenuto dello zaino di Rémi, perché si cerca  un violento, uno che nello zaino porta esplosivi artigianali.  Un articolo comparso su Libération il 27 ottobre riporta le parole del comandante della Gendarmeria del Tarn: « affrontements entre les gendarmes et 100 à 150 anarchistes à l’endroit òu le jeune homme serait mort – scontri tra gendarmi e 100 o 150 anarchici sul luogo in cui il ragazzo sarebbe morto ». I discorsi presenti sulla stampa mainstream e quelli della polizia si intrecciano tendendo a costruire uno scenario abitato da violenti facinorosi, contesto costruito solo per attenuare la gravità dell’omicidio commesso.

La costruzione della figura del mostro, black bloc, anarchico, incappucciato ecc. non funziona fin dall’inizio. I giornalisti si ritrovano obbligati a descrivere uno studente in botanica, appassionato di natura, iscritto ad  un’ associazione ambientalista. Viene dipinto « un buono, pacifico e gentile militante ambientalista » e sui media ci si chiede cosa abbia spinto Rémi a lanciarsi negli scontri.  Risulta impossibile ammettere che si possa amare la botanica e la natura e volerle difendere con dei mezzi che integrano la spontaneità e la rabbia, impossibile ammettere che le lotte del territorio possano prendere forme molto più complesse delle costruzioni mediatiche.

L’età di Rémi, i suoi 21 anni, è un argomento ridondante nella descrizione da parte dei media. E’ il simbolo dell’indignazione rispetto ad una morte così giovane; ma tale meccanismo allude alla giovinezza come momento di non-piena coscienza. Come se avere 21 anni fosse in fondo simbolo di una non maturità e la partecipazione a una contestazione come quella  al Testet divenisse una  » bravata da adolescente ». Con questo argomento il potere, attraverso i media, identifica  la cultura di opposizione a dei soggetti non veramente coscienti, giovani appunto, legittimando il proprio intervento paterno di controllo e disciplina.

Anche il tentativo di incriminare la vittima non tiene quando il rapporto di autospia completo segnala il ritrovamento di tracce di TNT (trinitotrulene, esplosivo contenuto in tutti i tre tipi di granate utilizzate dalle forze dell’ordine francesi) sugli  indumenti di Rémi che assicurano senza più polemica che è morto per via di una granata lanciata dalle forze dell’ordine. Cosa che par altro, la gendarmeria sapeva benissimo fin dalla notte stessa dell’omicidio. L’indagine, inizialmente nelle mani della Procura di Albi, passa quindi alla Procura di Tolosa che è l’unica a potere fare un’inchiesta sui gendarmi. Forti del ritrovamento del TNT, i genitori di Rémi hanno sporto denuncia per omicidio volontario.

Un omicidio di polizia trasformato in tragica fatalità

Lo stato francese continua malgrado tutto a rifiutarsi di prendere le proprie responsabilità e continua a trattare la morte di Rémi come una tragica fatalità.  Il primo ministro, Valls, dichiara non volere credere a un errore della polizia. E nessuno dei gendarmi presenti sul sito nella notte tra sabato e domenica sono stati almeno sollevati dalle loro funzioni aspettando il risultato dell’inchiesta.

Nella cerchia parlamentare si fa polemica sul progetto : gli ecologisti e il « Front de Gauche » (il partito di Melenchon, che si situa a sinistra dei socialisti) e anche alcuni membri del governo chiedono l’annullamento del progetto, mentre il Presidente della Repubblica, Hollande, il Prémier, Valls, e i suoi alleati, continuano sulla linea della ragione di stato, forse in nome del profitto o di una strategia elettorale. Così se prima  della morte di Rémi la questione diga al Testet  era una questione trattata principalmente da chi si oppone al progetto, dopo la morte di Rémi, come per magia, anche il Ministro dell’Ambiente Segolène Royal menziona a più riprese il rapporto da lei commissionato che sembrerebbe mettere in rilievo la criticità del progetto (Le Monde, Le gouvernement rattrappé par le barrage de Sivens, 28/10/2014).

L’unica cosa sulla quale tutti sono d’accordo è soffocare il più velocemente possibile la polemica sulla militarizzazione delle forze dell’ordine e sulla loro impunità. Soffocare e trovare attenuanti. La sinistra istituzionale (tranne i socialisti) insiste sulle responsabilità politiche, pensando ai suoi giochi di poltrone, e scende per strada in memoria di Rémi. Ma con difficoltà si associa a qualsiasi presidio che denunci la repressione dei movimenti sociali. Il Primo Ministro continua a promettere la linea dura per chiunque osi denunciare gli abusi della polizia, così che se il Ministro degli Interni ha annunciato la sospensione dell’uso delle granate offensive, in realtà la maggior parte delle armi dette non letali sono state usate durante la settimana per reprimere violentemente i movimenti contro gli abusi della polizia, con il solito grosso numero di feriti.

La morte di Rémi Fraisse e la mobilitazione che segue mettono lo Stato davanti alle proprie responsabilità e crea conflitto in seno alle istituzioni. Le diverse componenti della lotta ai grandi progetti inutili denunciano la militarizzazione del movimento e l’impunità dei crimini delle forze dell’ordine.

Il dibattito politico relativo alle sorti del progetto sembra riaprirsi ma la contestazione relativa agli abusi di un’istituzione quale le forze dell’ordine continua ad essere repressa come mostra la cronaca delle due ultime settimane di mobilitazione.

Capitolo 3 – Racconto delle mobilitazioni viste da Parigi dal 26 ottobre all’ 8 novembre

Svegliarsi con un morto in più

A partire da domenica 26 ottobre la Francia ha avuto un sobbalzo, un pessimo risveglio, la realtà è davanti agli occhi a ritestimoniare di un dispositivo di forze armate sempre più violento, un regime statale sempre più repressivo e di un sistema economico e sociale che porta avanti solo gli interessi dei pochi e potenti. Da domenica 26, si susseguono in tutta la Francia manifestazioni, presidi, marce silenziose che iniziano ad ogni occasione con un saluto a Rémi.

In questa ultima settimana si è avuta la percezione di essere di fronte ad uno Stato che impone e mantiene l’ordine con l’uso della violenza. Le forze dell’ordine hanno instaurato in questi giorni di choc post morte di Rémi un clima di terrore,  aggredendo, arrestando, impedendo con la forza la libertà persino di manifestare il minimo dissenso rispetto alle vicende accadute lo scorso week end alla diga del Testet. Attraverso un ordine pubblico agito in siffatta maniera lo Stato sembra cercare l’anestetizzazione del popolo, l’accettazione di ciò che è successo a Sivens, senza se senza ma, « consigliando » praticamente una sottomissione. Latente, ma neanche troppo, il messaggio dello Stato francese si potrebbe tradurre così : « E’ andata così, c’è stato un errore, va bene. Ora però basta ». D’altronde, come ha detto Carcenac, il  presidente del consiglio generale del Tarn « Mourir pour des idées, c’est une chose, mais c’est quand même relativement stupide et bête ». (« Morire per delle idee è una cosa,  ma è comunque relativamente stupido e sciocco »). La frase di Carcenac si commenta da sola.

La protesta invade la Francia

Domenica 26, i primi presidi spontanei si fanno soprattutto nelle cittadine vicino alla zona di cantiere, Albi et Gaillac, ma anche a Parigi. Le manifestazioni invadono poi la Francia la settimana successiva. A Tolosa e Nantes (video 1 e 2) si verificano violenti scontri, ma ci sono presidi e cortei spesso vietati e repressi anche a Parigi, Rennes, Caen, Notre-Dame-des-Landes, Marsiglia, Lione, Angers, Saint-Etienne, Vannes, Millau, Castres, Bourges, Gap, Lorient, Alès, Vaour, Mirande, Tulle, La Villedieu, Nîmes, Douarnenez, Dunkerque, Epinal, Dijon, Saint-Brieu, Saint-Denis-de-la-Réunion, Chalon-sur-Saône, Segré, Avignon, Alençon, Cahors, Brest, Aix, Périguex, Montpellier, La Rochelle, Lango, Poitiers, Lons le Saunier, Sète, Tours, Pontivy, La Flèche, Le Mans, Nîmes, Loches, Tarbes, Rodez, Villeuneuve-sur-Lot, Briançon, Carcassone, Metz, Saint-Gaudens, Besançon, Limoges, Moulins, Bayonne, Grenoble, Saint-Brieuc, Auxerre, Bordeaux, Pau, Chambéry, Aurillac, Genève, Bruxelles, Lausanne, Barcellona, Torino, Milano, Londra…

A una settimana dalla notte del 25 ottobre, diverse migliaia di persone si sono riunite domenica 2 novembre sul sito del progetto della diga di Sivens per una marcia silenziosa in omaggio a Rémi Fraisse.  Un grande numero di persone ha esposto un adesivo su cui figura un ranuncolo, il fiore di cui Rémi, che studiava botanica, era specialista.

Domenica 26, Parigi, primo presidio spontaneo

Domenica 26 il primo presidio di Parigi si svolge nella Place S. Michel a cui segue un corteo spontaneo. Queste iniziative politiche prendono quasi subito un carattere di aperta critica al contesto generale di terrore statale, contro la repressione giudiziaria, contro la violenza delle forze dell’ordine, contro le armi militari impiegate su civili. Si rivendica la rinuncia al progetto del Testet, il disarmo delle forze dell’ordine, soprattutto ovviamente l’uso delle granate, la fine dell’impunità giudiziaria: « Dai cantieri per le grandi opere alle periferie urbane opporsi alla violenza di stato non é reato » è il messaggio di solidarietà e di protesta contro la repressione che richiama una partecipazione popolare forte.

Da subito il dispiegamento della polizia è fuori da ogni limite, le camionette e le forze dell’ordine si perdono a vista d’occhio. Nonostante questo, un corteo riesce a liberarsi per le strade della città percorrendo il Bd. S. Michel, le vie del Quartiere Latino gremito di turisti, per raggiungere infine la piazza dell’Hotel de Ville, il comune di Parigi. Solo qui, la polizia con i suoi ingombranti mezzi riesce a raggiungere i manifestanti, accerchiandoli e costringendoli poi a disperdersi e allontanarsi per le varie uscite del metro.

Gli slogan e i cori dei manifestanti alludono al ricordo di Remi ma anche e soprattutto alla rabbia di fronte ad un’istituzione pubblica e ad un sistema che reprime e uccide: « Flics, porcs, assasins -Sbirri, porci, assassini » ma anche « L’état tue, tue l’état- lo Stato uccide uccidi lo Stato « .

Una settimana di assemblee, presidi e tentativi di corteo

Martedì 28 il Ministro degli Interni Bernard Cazeneuve dichiara la sospensione dell’utilizzo delle granate offensive. In realtà, le granate che vengono utilizzate dalle forze dell’ordine sono di tre tipi – tutte contenenti esplosivo di tipo TNT – e il Ministero degli interni vieta l’utilizzo del solo tipo che sembra responsabile della morte di Rémi. Questo divieto però riguarda solo esclusivamente la Gendarmeria Mobile, l’apparato supposto respondabile dell’omicidio e non il corpo CRS ed esclusivamente fino alla conclusione dell’inchiesta. I CRS quindi in occasione delle manifestazioni per Rémi in tutta la Francia, hanno continuato ad essere armati di granate e ad utilizzarle . Le granate dunque permangono nelle mani delle forze dell’ordine per reprimere e gestire l’ordine pubblico.

Mercoledì 29 in serata, un nuovo presidio è indetto a Hotel de Ville alle ore 19. Dopo circa un’ora, i manifestanti tentano di partire in corteo, ma il dispositivo poliziesco è più imponente di quello di domenica. Tutte le strade, compresi i ponti sulla Senna sono bloccate da ingenti quantitativi di polizia. Nonostante ciò i manifestanti che avevano previsto l’utilizzo di un casco simbolico tengono il confronto con la polizia per due ore in rue de Rivoli, e solo verso le 22 la polizia riesce a circoscrivere un gruppo, tenendolo bloccato in una morsa per più di 4 ore, attuando la solita pratica parigina dell’accerchiamento . Conseguenze : interruzione della manifestazione, controllo dei documenti per più di 200 compagni, 120 persone trasportate in 5 diversi commissariati, più di 80 manifestanti liberati durante la notte (allo scadere delle 4 ore per il controllo delle identità, le autorità sono costrette a rilasciare o a mantenere i manifestanti in commissariato).  Conclusione dell’operazione di polizia : 23 procedure per rifiuto di identificazioni e 1 personna sotto controllo giudiziario con accuse per organizzazione di manifestazione illegale, oltraggio e danneggiamento.

La risposta dell’Assemblea Generale parigina del  movimento  in sostegno alla lotta nel Testet e alla morte di Rémi è stata la deposizione concertata con il partito Npa della richiesta di manifestazione prevista per domenica 2 novembre alla Prefettura che il giorno successivo risponde con un divieto della manifestazione.

Il NPA e il Parti de Gauche, i partiti di Besançenot e Melénchon, che avevano già lanciato pubblicamente la manifestazione in omaggio a Rémi Fraisse per domenica  2 novembre ore 15 con partenza da Stalingrad, decidono di rinunciare alla manifestazione che loro stessi avevano indetto per partecipare invece al sit-in pacifico lanciato per le ore 16 nella parte più ricca di Parigi, negli Champs de Mars, sotto la Tour Eiffel con l’associazione ambientalista al quale era iscritto Rémi, France Nature Environnement. Un comportamento davvero deludente per due partiti che si considerano essi stessi uno di sinistra e l’altro di estrema sinistra.

Domenica 2 novembre, Parigi blindata e situazione irreale

La manifestazione di domenica con appuntamento alla rotonda di Stalingrad si è svolta in modo inimmaginabile. Una sorta di stato di polizia o come si sentiva dire in piazza ieri: « una dittatura della polizia ». Una trentina di persone in procinto di recarsi alla manifestazione sono state fermate già alle stazioni delle metro di Croix de Chavaux e Mairie di Montreuil, in periferia di Parigi dove abitano, in occupazioni o meno, molti militanti.

Circa 400 persone sono riuscite nonostante tutto a trovarsi nella rotonda a Stalingrad.

Numerosissimi controlli sono stati effettuati ai lati della piazza e alle varie entrate della piazza, alle uscite della metro alla stazione di Stalingrad, ma anche nelle stazioni metro attigue (Jaurès, Colonel Fabien, Belleville…). Controlli di identità, perquisizioni di zaini, venivano addirittura fermate persone che percorrevano le strade di Parigi in bicicletta, lontani tre, quattro chilometri da Stalingrad.

In Piazza della Rotonda, dopo un’ora circa di raduno silenzioso, circondato ad ogni lato della piazza da un gran numero di crs, un corteo ha provato a formarsi ed ha tentato di  partire lungo il canale trovandosi sbarrata la strada dopo un centinaio di metri dove è stato accerchiato e gasato; qualche persona ha ricevuto delle cariche a colpi di tonfa .

Interi quartieri di Parigi militarizzati, un centinaio di cellulari della polizia . La polizia ha obbligato il corteo a rientrare in Piazza della Rotonda per poi accerchiare chi non è riuscito a uscire dalla piazza e infine caricare sul bus e portare in commissariato le vittime di questo accerchiamento. Non ancora soddisfatte le forze dell’ordine hanno piano piano disperso tutta la folla che sostava nei pressi della piazza, delle fermate metro vicine, cercando di mettere in atto altri accerchiamenti e allontanando con diverse cariche.

Ricapitolando, domenica sera alle 19h30 circa 20  persone erano in stato di fermo (garde à vue)  e altre  80 persone erano state condotte al commissariato di Rue des Évangiles, dove fuori dallo stesso commissariato si era radunata un’altra ottantina di persone per un presidio di solidarietà ai compagni fermati. Questo presidio è stato gasato e disperso brutalmente dalle forze dell’ordine.

Il messaggio inviato attraverso questa forma  di controllo della piazza da parte delle forze dell’ordine francesi risulta essere dunque molto chiaro : impossibilità di manifestare per la morte di Rémi, ucciso dalla violenza delle forze dell’ordine. Il giochetto è provocatorio: interdire qualsiasi esperessione di dissenso, al fine di utilizzare il pretesto di « manifestazione non autorizzata » per caricare, deportare, arrestare. Lo stesso tipo di repressione era stato messo in atto dallo stato francese proprio quest’estate per mettere a tacere la solidarietà espressa al popolo palestinese in alcuni quartieri di Parigi.

Oltre al danno anche la beffa. Dopo la violenza che ha portato alla morte di Rémi Fraisse, è partita un’azione  di repressione che sembra quasi  irreale data la sua portata.

Seconda settimana di lotta, sempre di più le vittime della repressione

Martedi 4 novembre, assemblea per organizzare la seconda settimana di mobilitazioni: controlli della polizia sono denunciati da chi entra e esce. L’assemblea decide di chiamare a una manifestazione unitaria sabato 8 novembre.

Giovedì 6, i liceali lanciano un appello a bloccare le scuole per ricordare Rémi e denunciare gli abusi della polizia. Nella regione parigina si contano una trentina di licei bloccati e un corteo di 2000 liceali sfocia nelle strade della capitale. Sono i primi a riuscire a portare per le strade della città la rabbia contro la polizia senza essere soffocati dal dispiegamento militare.

Le organizzazioni e i partiti che hanno deposto la richiesta di autorizazzione per la manifestazione di sabato se la vedono rifiutare. La mobilitazione liceale continua il venerdì 7 con una ventina di scuole bloccate e un corteo anche contro l’espulsione di un liceale sans papier. Alla vigilia del corteo parigino, 2 persone arrestate mentre attacchinavano con capi d’accusa di rifiuto d’identificazione e incitazione alla ribellione. Durante la serata arriva la notizia che il corteo di sabato a Parigi è autorizzato, quello nazionale a Tolosa e quello di Rennes invece vietati.

Sabato 8 partono un pò più di 1000 persone da Bastille, liceali e collettivi di sostegno alle vittime della polizia in testa, i partiti di sinistra e dei verdi in fondo al corteo, con scarsa partecipazione. Qualche tafferuglio con le forze dell’ordine, un gruppo di baceux (brigata anti-criminale, in civile nelle manifestazioni) è cacciata dal corteo, gas e colpi di tonfa, una persona colpita alla testa. Ma niente scontri importanti. Il corteo si chiude con interventi lanciati dal collettivo « Urgence notre police assassine » (« Emergenza : la nostra polizia ammazza »), collettivo che con la morte di un miltante bianco durante una manifestzione trova finalmente lo spazio e il pubblico per denunciare tutti gli altri omicidi di polizia nei quartieri che passano nell’indifferenza generale.

A Tolosa, la manifestazione non autorizzata riesce a partire malgrado cariche, gas, arresti e confusione (video). Anche à Rennes et alla Zad di Notre-Dames-des-Landes cortei sotto alta sorveglianza.

Compagni italiani in lotta a Parigi (tratto da Comité No Tav Paris)